Il rinnovo della patente

Dieci anni?! Sono già passati dieci anni? Caspita, come vola il tempo quando fai una cosa che ti piace; tipo NON guidare. Un traguardo così importante va festeggiato. E siccome io sono una persona generosa (per convenzione, d’ora in poi, chiameremo generosità la totale assenza di buon senso) ho pensato che il modo migliore per onorarlo fosse quello di condividere pubblicamente un’altra – l’ennesima – delle mie vergogne.

Forse, a pensarci qualche secondo in più, una trovata più intelligente mi sarebbe pure venuta, ma tant’è…

Come da protocollo commemorazioni, direi di partire dall’inizio e ripercorrere le tappe fondamentali della storia.

Regia, fai andare il coccodrillo.

Nata il 21 giugno del 2008, quel dolcissimo (t)esserino rosa aveva davvero un bel faccino (raro caso di foto ben riuscita scattata alle macchinette). Sin da cucciola, è stata accolta a braccia aperte nella grande famiglia del portafoglio. Persino la tessera della Rinascente e il suo gruppo snob di fidelity card l’hanno accettata di buon grado; gli scontrini di passaggio si sono ridotti in coriandoli apposta per lei, e Codice Fiscale e Bancomat l’hanno accompagnata nella sua nuova cameretta. Quella taschina sembrava gliel’avessero cucita addosso. E lei l’adorava. Protetta e coccolata, ha passato lì dentro quasi tutta la vita. Poche volte ne è uscita e mai per un’infrazione (vorrei poterlo dire con orgoglio ma, chissà come, non mi riesce…). L’unico motivo per cui veniva usata era per sostituire la carta d’identità. Ogni volta che avevo bisogno di un documento di cui non mi vergognassi, prendevo lei. Cioè, quando volevo evitare il tono indagatore – a tratti schifato – degli impiegati che chiedevano: “Intervistatrice?!” appena buttavano l’occhio alla voce professione, lei veniva in soccorso; la mia adorabile tesserina rosa.

Un’intera esistenza ridotta a questo futile scopo. Povera anima. E pensare che mi era costata denaro e tanta fatica ottenerla. Mesi e mesi di quiz su divieti e incroci. Per non parlare poi delle lezioni di guida. Tutto tranquillo, o quasi, finché si trattava di andare con doppi comandi e istruttore pacifico sul sedile di fianco; tanto, male che andasse, c’era lui pronto a inchiodare. I problemi nascevano nell’ameno paesello, con le lezioni domestiche. Mai montata così tanta ansia in vita mia, credo. Un giorno mi sono persino arresa davanti a uno spunto in salita; gambe e braccia mi avevano abbandonato e pensavo che il cuore le avrebbe seguite a breve.

A questo punto sono costretta a interrompere il flusso dei ricordi perché il mio animo suggestionabile non regge la visione di immagini dolorose e rischio di svenire sulla tastiera.

Per farla breve: contro ogni previsione, intasco la mia patente al primo tentativo e per la famosa teoria del “non si sa mai, può sempre servire”, lei rimane lì, fedele, nella sua taschina all’interno del portafoglio, in attesa che arrivi il suo momento. Non si è mai rassegnata all’idea di avere una madre così sciagurata. Ha mantenuto le speranze invano per dieci anni e alla fine l’è toccata persino l’umiliazione di essere sostituita da quella più giovane.

Io ho provato a tenerla, davvero.

Devo proprio rifarla? Guardatela, è nuova anche lei!

Ma non hanno voluto sentire ragioni. Il “non si sa mai” ha vinto ancora e io ho dovuto cedere al rinnovo.

Con calma, però. L’ho avuta per un decennio inutilmente, potrà pure rimanere un altro mesetto, no? Giusto il tempo di unire le varie tessere burocratiche del puzzle rinnovo.

Ho iniziato con quella più difficile: la fototessera.

È necessaria anche questa sofferenza? Non la si può proprio evitare? Per una che mi piaceva!

Fortuna che ho l’amico fotografo. Dopo una veloce seduta da un centinaio di scatti, un’attenta selezione per scegliere quella accettabile, e infine un minuzioso lavoro di fotoritocco, ottengo una serie di identici quadratini pronti all’uso che, salvo modifiche trascendentali della mia faccia, mi salveranno per i prossimi dieci anni e non mi faranno rimpiangere la vecchia foto.

Peccato che nello studio dove le porto a stampare non la pensino allo stesso modo: “Ma non è legale, non puoi farle così, lo sfondo non va bene, le proporzioni, la maglietta bianca…”

Perché, cos’ha la mia maglietta bianca?

“No, no, no, bisogna modificarle.”

Intanto, nello studio, entra una donna che per la modica cifra di sette euro si mette in posa e porta a casa otto fototessera. Ora è tutto chiaro. Ancora più chiaro quando guardo le mie foto trasformate e vedo una anomala macchia rossa sul mento.

Te la sei presa, vero? Grazie signor foto-stampatore, grazie.

Vabbè, se valgono le premesse, la vedranno in pochi anche stavolta.

A dispetto delle statistiche, invece, salto l’ostacolo bollettini postali agevolmente. A questo punto, rimane solo la visita di idoneità. Vado a farla negli uffici della stazione così spendo meno.

ERRORE.

A quanto pare i 30 euro che si risparmiano non andando in una qualsiasi autoscuola rientrano nella tassa per accedere ai livelli standard di cortesia. La punizione per chi decide di non pagare il ticket gentilezza è finire nelle mani della dottoressa più stronza della provincia.

Per farmi leggere quattro lettere dell’alfabeto tappandomi un occhio con un triangolo di carta, mi tratta con la frustrazione e il ribrezzo di un neurochirurgo di fama internazionale costretto a operare il cervello di un criceto. E alla fine fa pure di peggio. Mi chiede di togliere gli occhiali per confrontare la mia faccia con quella della foto. Affronto.

“Quando l’hai fatta? Non sembri tu… sei diversa…”

Ribollo ma mi limito a fare spallucce. Qualcuno, per me, i 30 euro devi averli versati alla nascita.

A ogni modo, è andata. Vado via con un foglio che per qualche giorno sarà la mia nuova patente.

Ma…

Sarà stato il fotoritocco o la macchia rossa sul mento?

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