Faccende domestiche

Io odio spolverare.

Di tutte le faccende domestiche è quella che faccio più controvoglia. Aspetto che la polvere manifesti con prepotenza la sua esistenza, che si depositi sui mobili della mia stanza formando uno strato soffice, grigio e lanoso, e che diventi fastidiosa per occhi, mani e naso, prima di decidere di eliminarla, tra uno starnuto e l’altro, a colpi di straccio. Di solito, poi, quando lo faccio, lo faccio pure male. Quasi mai è una pulizia profonda. Il panno arriva fin dove arriva lo sguardo. Sfiora libri e soprammobili. Evita le mensole più alte, l’ultimo ripiano della libreria e tutto ciò che non è immediatamente a portata del mio cortissimo braccio. Non sia mai che salga su una sedia per pulire sopra l’armadio!

Eppure, nonostante detesti farlo, ci sono giorni in cui la mano che tiene lo straccio si spinge in maniera autonoma oltre l’angolo di visuale. Decide di scavare sotto la superficie, di cancellare lo sporco anche da quei posticini nascosti, quelli che tanto non li vede nessuno. Non vuole limitarsi a sfiorare le copertine e inizia a sfilare i libri, a sfogliarli per togliere i granelli da sopra le pagine. Apre i cassetti per eliminare la polvere intrappolata lungo i bordi e sposta vecchie scatole di scarpe che, lei lo sa benissimo, in realtà contengono ricordi. Il suo scopo è mettere ordine, disfarsi di ogni inutile cianfrusaglia accumula-polvere.

Per farlo mi precipitata in un buco nero che fagocita minuti, ore.

Mi trovo davanti la classica capsula del tempo, quella che, di solito, nei film americani viene nascosta in una buca scavata nel giardino di casa, sotto un grande albero. La mia è sepolta sotto un mucchio di ciabatte e pantofole.

Ricordo a grandi linee cosa contiene. Di sicuro un quaderno che avevo utilizzato come una sorta di diario. So di aver scritto solo poche pagine e penso di strapparle per riutilizzarlo. Era un bel quaderno, un regalo, è un peccato tenerlo nascosto. Apro la scatola soprattutto per questo.

La prima cosa che trovo, però, non è il quaderno ma un’altra scatola, di plastica, a forma di cuore. Un tempo conteneva cioccolatini.

La seconda un compasso.

Sotto questo primo strato di detriti grossolani e male assortiti ne scopro uno molto più omogeneo fatto di lettere, cartoline, biglietti e ritagli di giornale. Una montagnetta di carta che non posso ignorare. Inizio con le cartoline e un sorriso si allarga sulla mia faccia.

Evito le lettere, mi riporterebbero indietro di 20 anni e me ne ruberebbero altrettanti. Do una veloce occhiata ai ritagli di giornale. Foto e articoli del mio idolo calcistico dell’epoca, gelosamente custoditi in una bustina trasparente. Sospiro e rimetto ogni pezzetto di carta al suo posto, come l’ho trovato.

Alla fine, dal fondo della scatola, prendo il quaderno. Non mi sbagliavo. Ne ho usato una decina di pagine appena. Nell’aprirlo scopro persino un paio di foto di quando non ero né carne né pesce, ma di certo un degno membro della famiglia dei mitili. È passato abbastanza tempo da riuscire a guardarle con tenerezza ma non così tanto da accettare che qualcun’altro possa vederle. Le ricaccio in mezzo alle pagine.

Seduta a gambe incrociate sul pavimento, inizio a leggere saltando tra le righe, senza un ordine ben preciso; combattuta tra l’andare avanti con la pulizia di fondo e il lasciare che polvere e ragnatele continuino ad ovattare i miei ricordi.

Tra citazioni e stralci di canzoni multicolore, ritrovo le mie parole. Le leggo controvoglia. Non sono mai stata un’amante del diario segreto e questo quaderno ne è la prova. Non ho mai pensato al foglio bianco come a un luogo in cui nascondermi.

Lo stile è quello fumoso e contorto dei reticenti. Riesco comunque a rivedere quel periodo. Un po’ mi fa piacere, un po’ no.

Chiudo il quaderno. L’intenzione di strapparne le pagine e riciclarlo è svanita. Lo rimetto sul fondo della scatola. Lo ricopro con lettere, cartoline e scatola a forma di cuore. Rimetto tutto a posto. Tutto. Persino il compasso. Non ho più voglia di fare ordine. Le uniche cose che finiscono nel bidone della spazzatura sono due biglietti del pullman e il cartoncino pubblicitario di un negozio di biciclette. È passata un’ora. Raccolgo lo straccio e provo a finire ciò che avevo iniziato.

Io odio spolverare.

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