Viaggi nel tempo

Adoro il potere delle canzoni di legarsi a filo doppio a precisi istanti della mia vita. Mi sorprende sempre la loro capacità di spalancare finestre dentro il mio cervello. Aprono cassetti che non sapevo nemmeno di avere chiuso e riportano alla mente immagini del passato con una nitidezza e una precisione inaspettata.

Muovono un senso di meraviglia da gioco di prestigio. E il sorriso si accende perché mi trovo di nuovo lì, in quel luogo, in quell’esatto momento.

È una macchina del tempo che si mette in moto con le canzoni più disparate, che dicono tutto e il contrario di tutto della mia infanzia e dei miei gusti in fatto di musica.

Una magia che mi riporta a una data qualsiasi del calendario a rivivere l’infinità di dettagli trascurabili che formano la mia esistenza.

Sono diapositive d’estate:

Gianna Nannini canta Profumo e io ho di nuovo otto anni. Sono sul sedile posteriore della Polo blu di mio padre di rientro da una giornata al mare, a Santa Margherita. Avremo ascoltato quella cassetta migliaia di volte, in migliaia di altri viaggi, di certo anche andandoci, verso il mare. Allora, perché proprio il rientro?

Poi, un suono quasi impercettibile, come di un dito su un vetro, si trasforma nella fotografia di un gesto fulmineo: il braccio di mio padre che scaraventa I maschi fuori dal finestrino. (Eccesso di difesa personale; il cliente ha agito d’impulso per salvare la vita della sua nuova autoradio dalla cassetta rea di aver minacciato di incepparsi. Il fatto è caduto in prescrizione.)

Adesso a cantare sono Franco IV e Franco I. Li conoscete? Nemmeno io. Ma per dovere di completezza ho cercato su Google gli autori della canzone in oggetto: Ho scritto t’amo sulla sabbia, ennesima perla del mio campionario musicale. Sono di nuovo in viaggio, questa volta di rientro dal Poetto. Ignoro la mia età ma rivedo chiaramente la cassetta con un grosso 60 stampato sopra, omaggio del Tv, sorrisi e canzoni, morta di morte di naturale.

Sulle note di Dream on dei Radiohead, invece, torno diciottenne. Sono con i miei compagni di classe. Abbiamo cenato a Calasetta e ora stiamo camminando sulla strada buia e deserta che riporta alla villetta della prima vacanza senza i miei. Iniziamo a cantarla assieme, attacchiamo nello stesso istante, senza nessun preavviso. E ridiamo.

Ancora un ritorno. Se è vero che tre indizi fanno una prova, all’andata dormivo.

Ma non tutti i ricordi portano al mare.

Un’altra cassetta, creata apposta da mio fratello, suona una sola canzone: Carrie degli Europe. Adesso sono in terza media, sul tappeto della camera dei miei, ai piedi del letto. La radio sul pavimento accompagna la mia coreografia per il compito di educazione fisica. Provo e riprovo la capovolta sulla spalla con scarsissimi risultati e mando anatemi e alla mia prof per l’inutile tortura e l’umiliazione certa. Tutt’ora.

L’elenco potrebbe andare avanti all’infinito ma non voglio essere io a scavare nel passato. La magia sorprende quando arriva inaspettata.

Così è quando dopo vent’anni i Sottotono si ripresentano alla mia porta cantando Solo lei ha quel che voglio. Sono di nuovo tredicenne e di nuovo in auto. Stavolta, a guidare, è il mio allenatore di pallavolo e viaggio con altre compagne di squadra. È domenica, giochiamo in trasferta non so dove. Ho la testa poggiata sul finestrino e sento questa canzone per la prima volta.

Non immagino affatto, e nemmeno i Sottotono, che sarà per sempre la colonna sonora di quell’istante e che quando la riascolterò, il 19 aprile 2017, rivedrò quell’auto e il mio allenatore; e poi il suo vice, la cassetta con quel brano che mi diede prima di un allenamento, il palazzetto in cui mi allenavo, le mie compagne di squadra, le partite, Mila e Shiro e tutta la mia adolescenza, e sull’ultima nota mi chiederò perché mai una parte del mio cervello sia occupata da questo ricordo e non potrò fare a meno di scriverlo sulle pagine del mio blog.

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