C’era Linus a casa mia.

Stanotte ho sognato

Ho deciso di inaugurare una rubrica dedicata ai miei sogni.

Fermi: non scappate, niente di sdolcinato, non è nel mio stile. Non parlo di sogni ad occhi aperti, desideri nel cassetto e melasse varie. No, intendo proprio i sogni che produco in totale stato di incoscienza, quelli che la mattina mi fanno dubitare della mia sanità mentale, ma allo stesso tempo mi strappano un sorriso compiaciuto. Quei sogni che mi fanno venire voglia di stringermi la mano, darmi una pacca sulla spalla e dire: “Brava!  Se puoi scrivere trame così assurde, avvincenti e complesse ad occhi chiusi, chissà cosa riuscirai a fare quando li avrai aperti.”

Finora niente, ma non demordo.

Mi capita spesso di sentire il bisogno di scrivere ma non avere niente da dire. Ora, finalmente, l’ispirazione è arrivata. Ho realizzato di essere seduta o, meglio, sdraiata su una miniera inesauribile di storie incredibili. Thriller demenziali, horror strappalacrime, commedie ansiogene, tragedie ridicole. E non ho invertito gli aggettivi per sbaglio. A volte con finali a sorpresa, più spesso senza un finale ma con un brusco risveglio.

Bene, è giunto il momento di mostrare al mondo questa dote e sfruttarla a mio vantaggio. Se ci fosse un bravo analista in sala, io sono qui.

Giuro di dire tutta la verità, cioè, giuro che i fatti sono realmente accaduti, uff…insomma, giuro di riportare fedelmente i fatti sognati.

Ogni trama richiama a sé il suo stile narrativo. Quello dei sogni inizia così:

Stanotte ho sognato che…c’era Linus a casa mia. Il deejay, non quello con la coperta.

Parlava con una voce piuttosto rauca perché la sera prima c’era stata la festa per il compleanno della radio e forse aveva cantato e urlato un po’ troppo. Stava seduto sul divano della mia cucina e dal telefono mostrava alcuni video della serata a un gruppetto di persone che gli stava attorno. Chi fossero e cosa facessero questi, a casa mia, lo ignoro.

Allo spettacolo io non c’ero stata. Ma non perché la festa fosse a Torino e io nel mio sardo paesello. No, non c’ero stata perché avevo avuto il compito di controllargli la casa mentre lui era sul palco, di fare la guardia alla sua proprietà. È ovvio.

E mentre lui raccontava e commentava le immagini che continuavano a scorrere sullo schermo, io, in disparte, poggiata allo stipite della porta, pensavo: “l’anno prossimo, se dovesse richiedermelo, gli dico di no, non ci vado a guardargli la casa. Voglio andare anch’io alla festa!”

Fine.

Appena sveglia sembrava un’idea migliore.

 

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