Vita senza internet

Dal diario di Laura Supertramp.

Mercoledì 14 dicembre 2016: tredicesimo giorno della mia vita senza linea telefonica. Sola, su un pullmino sfasciato, nel bel mezzo di una landa ghiacciata, con un’offerta da 500 MB settimanali per il mobile. Ho già consumato l’80% del traffico di questa settimana e fino a domenica non ne riceverò di nuovo. Inizio ad avere le allucinazioni. Mi sembra di sentire l’eco di tutti i supplichevoli “Torna!” della Vodafone che ho ignorato negli ultimi mesi. La carenza di input da pc sta causando una sovrapproduzione di scenari terrificanti.

Tutto ciò che fino ad ora ho sempre dato per scontato, quell’errare spensierata da un sito all’altro, quello scorrere infinito di video di cuccioli su Instagram, quei megabyte che il wifi ha sempre reso superflui, ora mancano più dell’acqua in un deserto.

All’improvviso ogni risorsa legata alla rete è diventata di vitale importanza. Non posso fare a meno di conoscere l’età del tizio qualunque che sta andando in onda in questo istante. Ho un’impellente necessità di sapere come si curano gli acufeni. Devo cercare la ricetta dei linzer cookies: no, non basta, voglio un tutorial di due ore che spieghi nel dettaglio, dalla rottura del guscio d’uovo all’inserimento della teglia nel forno, come farli. Sento persino il desiderio urgente di seguire qualche modulo Fad. Ma, più di ogni altra cosa, devo assolutamente controllare gli Insights di Facebook.

A rendere il quadro ancora più apocalittico, il Natale che incombe.

Se c’è un periodo dell’anno in cui non si dovrebbe restare senza internet è proprio questo.

La mia esistenza si suddivide in anni Avanti Amazon e Dopo Amazon. Da quando è entrato nella mia vita, il mio rapporto con gli acquisti natalizi è del tutto cambiato. Non posso più fare a meno delle sue stelline. Finora ho sempre fatto tutto dal pc e in questi giorni di isolamento forzato ho dovuto limitarmi alle operazioni minime consentite dal mio misero smartphone.

Ieri, però, in preda alla disperazione, con la faccia incollata a quel minuscolo schermo, ho fatto un acquisto. Ho cercato per un’ora gli articoli giusti, controllando di continuo i dati consumati. Ho riempito il carrello e mi sono preparata per pagare. Prima, ovviamente, ho dovuto scaricare un’applicazione della banca che fino a quel momento era sempre stata inutile. 47 recensioni e una media di tre stelline. Non promette niente di buono e mi fa temere per le sorti del mio acquisto. Il tempo passa e il traffico pure. Finalmente riesco nell’impresa e all’ultimo passaggio i miei regali non sono più disponibili.

Cerco di non imprecare e di trasformare tutto il mio odio per la Telecom in energia positiva, nella speranza che gli articoli tornino presto disponibili. Entro ed esco dalla pagina almeno sei volte e alla fine la fortuna mi assiste. Porto a termine la transazione. A fine serata, quando spengo il telefono, mi rimane poco più del venti per cento dei dati.

Adesso, in quest’arida terra non connessa e col terrore di restare isolata a vita, mi trovo a centellinare le mie sortite su Google e a elemosinare la rete dagli amici.

Affido questo mio ultimo post a un piccione viaggiatore perché sento di dover lasciare una traccia della mia storia.

La felicità non è reale se non hai due giga di internet al giorno sul telefono.

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