Weekend a Parma. La mia versione dei fatti. Epilogo.

Domenica. Il giorno del tour nel parmense.

La sveglia alle sette arriva come un cazzotto in piena faccia: non ho idea di dove mi trovi, cosa stia succedendo e chi possa volermi così male da infliggermi questa sofferenza. Le ore di sonno si sono ridotte ulteriormente, le mie occhiaie non mentono. Cerco di limitare i danni con doccia e fondotinta e di tenermi sveglia col pensiero di una tazza di tè e di una colazione lenta.

Le nostre valige sono già pronte, stiamo per lasciare l’albergo e nel pomeriggio saluteremo anche Parma.

Questi ultimi giorni sono stati un concentrato di intensità. Tutta la gamma di esperienze che si possono provare in un intero ciclo scolastico, racchiuse in un unico fine settimana: dall’ansia del primo giorno di scuola, all’ansia dell’esame di fine anno passando per conviviali e abbondanti merende.

Ora, manca solo la gita.

Ricontrollo la stanza tre volte prima di chiudermi la porta alle spalle e uscire, di nuovo con il trolley al seguito. L’appuntamento è alle 8:45 in una via che non aspettatevi che sappia come si chiama. Abbiamo tempo per la nostra agognata colazione. Passiamo davanti a un bar carino, accogliente, davvero invitante, ma non ci fermiamo. Siamo ancora distanti, meglio andare in un posto più vicino al punto di ritrovo.

Eccola: la seconda peggiore idea di tutto il weekend. È domenica, non incontreremo mai più un altro bar aperto.

Saliamo sul pullman deluse e imbronciate. Fame, stanchezza e assenza di caffeina non sono certo le compagne di viaggio ideali, ma resto positiva: ci fermeremo presto e una volta a destinazione troveremo un posto per rifocillarci.

Provo ad entrare in clima tour. Negli ultimi mesi ho avuto modo di fantasticarci parecchio. La mia testolina è piuttosto brava nell’arte del costruire castelli in aria, anche con nulla; pensate quali opere grandiose possa essere in grado di produrre quando viene pungolata, stuzzicata e immersa per settimane in un mondo fantastico fatto di immagini di Parma, Busseto, Roncole e di tutti quei posti meravigliosi che chiamano terre verdiane. Il mio cervello sognatore non poteva che delineare un preciso scenario a fare da sfondo a questa storia.

Ora, dopo tutte queste premesse, che effetto credete possa fare sentirsi dire: “Prima tappa Ozzano Taro”?

Ozzano Taro?! Questa domenica non è certo iniziata nel migliore dei modi; aggiungete una finissima pioggerella che va ad accomodarsi dritta dentro le mie ossa ed è un attimo che il quadretto entusiasmante si trasformi in un deprimente episodio di Anna dai capelli rossi.

Ma questo è un #SDBtour, non un tour qualsiasi.

E allora partiamo. Attraversiamo la campagna parmense che dorme silenziosa sotto una sottile coperta di nebbia e in poco tempo raggiungiamo la nostra prima meta: il Museo Ettore Guatelli, non un museo qualsiasi, ovviamente. Un vecchio podere che accoglie una collezione di 60.000 oggetti d’uso comune legati alla vita contadina, trasformati in una gigantesca opera d’arte srotolata su pareti e soffitti. Il risultato di una mente visionaria e geniale, il racconto di una storia senza tempo di tradizioni e quotidianità.

La prima parte della mattina fugge veloce, col naso all’insù ad immaginare le vite dietro quelle migliaia di utensili.

Risaliamo sul pullman e proseguiamo con il nostro itinerario. Seconda tappa: il Museo del Pomodoro e il Museo della Pasta. In breve, fenomenologia degli ingredienti alla base di ogni mio pasto dal post-biberon a oggi. Come non restarne affascinati. Se non fosse che è passato mezzogiorno, la tanto attesa colazione non è mai arrivata, e ad ogni immagine di fusillo, rigatone e pennetta le mie gambe mostrano segni di cedimento.

Ma non c’è tempo per struggersi, salutiamo il paradiso dei carboidrati e siamo di nuovo in viaggio per la terza tappa del tour: l’azienda vitivinicola Monte delle Vigne. Tutto in questo posto, dalle colline circostanti ai filari ordinati, dai racconti sulla maturazione ai nomi dei vini, dalle botti di rovere ai calici panciuti, proprio tutto, qui, mi fa rimpiangere di essere astemia. E mi ricorda che sto morendo di fame. Per fortuna arriva anche il momento della degustazione. Pasteggio, neanche a dirlo, con parmigiano e salumi e innaffio il tutto con fiumi di acqua naturale, lanciando sguardi supplichevoli di perdono alle organizzatrici.

La nostra gita è conclusa, dobbiamo rimetterci in cammino verso l’ultima meta: la stazione.

L’ansia da treno in partenza rende i saluti sbrigativi e li alleggerisce della tristezza da epilogo. Fermiamo quell’attimo in una foto di gruppo, prima di separarci e correre al binario. Solo due lunghi abbracci a chi più di tutti ha contribuito a rendere memorabile questa esperienza, e si parte.

Prendo posto. Il mio vorticoso weekend è giunto al termine. Guardo fuori dal finestrino.

Chissà com’è Parma…

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