Weekend a Parma. La mia versione dei fatti. Capitolo II

Sabato.

Il giorno dei project work.

La sveglia suona alle 6:30. Ho dormito appena quattro ore.

Questo strano vortice che chiamano #SDBAwards sembra avere il potere di distorcere la realtà: amplifica le emozioni, riduce le distanze, dilata i tempi. Tranne le ore di sonno: quelle restano sempre quattro.

Per una delle mie compagne è già tempo di ripartire. Quella diffidenza iniziale si è trasformata, chissà come e quando, in stima e affetto. Saranno stati i pettegolezzi in auto o gli aneddoti sul Casu Marzu ad averci avvicinate. O magari l’avermi vista in ginocchio, con la mia spugna rosa tra le mani, nel disperato tentativo di eliminare una colata di shampoo dalla maglia che avrei dovuto indossare la mattina dopo.

Fatto sta che una volta sveglia, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali e del tutto consapevole delle conseguenze a cui vado incontro, azzardo: “non abbiamo nemmeno una foto assieme”. In quelle condizioni, in pigiama e con mezza faccia ancora attaccata al cuscino è un’innegabile dimostrazione di amicizia. Scattiamo una decina di foto prima di arrenderci all’evidenza: meglio di così non vengono, neppure col filtro bellezza.

Ci salutiamo, tutte e tre sinceramente dispiaciute di doverlo fare così presto. È un attimo. Il tempo di realizzare che siamo rimaste in due e veniamo riassorbite dal vortice dei progetti. La mia compagna ripassa il suo discorso per l’esposizione. Io, al momento, continuo a pensare alla maglia.

Otto e trenta, minuto più, minuto…più, lasciamo l’albergo: direzione Workout Pasubio. All’interno fervono i preparativi, stiamo per iniziare e ancora nessun segno di agitazione. Secondo il programma, io e i miei compagni presenteremo il nostro progetto alle 15:45. L’ultima volta che sono salita su un palco avevo quattro anni, dovevo recitare la poesia per la festa della mamma davanti a un’intera platea di genitori. Ho esordito con “non me la ricordo più” e sono scoppiata a piangere. Speriamo che stavolta vada meglio.

Riesco a godermi l’intera mattinata, ad ascoltare i progetti altrui e a socializzare. Aumentano le interazioni che vanno oltre il ciao. Non tengo più il conto dei compagni, continuano a saltarne fuori di nuovi, e spesso mi trovo a cercare conferme: “ma anche lui/lei è in classe con noi?” Maledette foto profilo…

Andiamo in pausa pranzo. È il momento del social picnic: una tavolata di prodotti tipici portati direttamente dagli sqcuolari, un trionfo di salumi, formaggi e dolci, provenienti da ogni parte d’Italia. Assaggio tre regioni – la mia aspettativa di vita si riduce di un anno a ragione – e sono già sazia.

Il tempo scorre veloce, si riprende con gli interventi. Indosso la maglia della SQcuola e assieme all’abito cambio le preoccupazioni: dallo shampoo all’esposizione. Facciamo una prova assieme alla nostra tutor. Siamo pronti. Ci accomodiamo sul divanetto verde ad ascoltare e commentare il gruppo che ci precede. Faccio uno sforzo immane per restare concentrata sul loro discorso e non pensare al mio.

È il nostro turno. A me il compito di introdurre il progetto. Seguo le slide e il mio copione fila rapido e indolore. Lascio il microfono come fosse una patata bollente e cedo la parola alla mia compagna. Un attimo dopo realizzo di avere dimenticato una parte del discorso. Troppo tardi. Non dico niente. E non mi metto a piangere. Sto migliorando.

Dopo la presentazione c’è spazio per un breve dibattito, troppo breve, come tutto in questi giorni. Vorrei andare avanti a discutere ma dobbiamo cedere il palco ad un altro gruppo. Non importa, abbiamo scollinato. Da qui in avanti è tutta discesa.

Alle 18:30, nella sala, si vedono solo facce sorridenti, meglio così per le foto di gruppo. I project work sono finiti e abbiamo un paio d’ore per rilassarci e prepararci per la serata. Io e la mia compagna facciamo due passi prima di rientrare in albergo. Ce la prendiamo comoda, un po’ troppo forse. Arriviamo al ristorante per ultime.

Sediamo assieme ad ex-alunni, tutor e prof, e la cena ha inizio. Tra me e la torta fritta è amore a prima vista. Solo con l’antipasto di salumi perdo cinque anni di vita e tra i tagliolini col culatello e i tortelli alle erbette altri due. Mi gioco la quantità di grassi di tutto il 2017 ma ne vale davvero la pena.

Per il dopocena ci viene proposto un interessante campionario di alternative, balere e circolo bocce compresi; così, terminati i brindisi in rima baciata, possiamo finalmente andare a conoscere Parma.

Non aspettavo altro.

Percorriamo una strada che non so come si chiama e sbuchiamo su una piazza che non so come si chiama. Carina, però. Io e la mia compagna ci fermiamo per farci qualche foto. Forse è meglio se ci voltiamo e riprendiamo la piazza piuttosto che l’impalcatura alle nostre spalle, suggerisco. Ottima idea. Ci giriamo. Scattiamo. Ridiamo un po’. Ci rigiriamo. E il nostro gruppo è scomparso. Davanti a noi tre strade e nessuno in vista. Ne prendiamo una a caso sperando sia quella giusta. Vediamo qualcuno in lontananza, aumentiamo il passo. Sono loro, siamo salve. E siamo su un’altra piazza che non so come si chiama.

Si sono fatte le tre. Quel variegato ventaglio di proposte entusiasmanti per il dopocena si è ridotto ad una sola opzione: andare a dormire.

Ok Parma, ci riproviamo domani.

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