Weekend a Parma. La mia versione dei fatti.

Capitolo I

Sono un’abitudinaria patologica, si sa, e i miei viaggi si somigliano sempre un po’ tutti. Basta un’occhiata a questo vecchio post per capire la gravità della situazione.

Dai preparativi al ritorno a casa, elementi fissi e imprescindibili si ripetono come intere macro-sequenze: incubi, spazzolini, caramelle, ombrelli, ritmi frenetici, occhi sbarrati, occhi sognanti, occhi tristi e sconsolati.

È andata così anche stavolta. E non ci sarebbe nulla da raccontare se non fosse per un’enorme differenza: è il mio primo viaggio in solitaria.

Il motivo della partenza, gli #SDBAwards: tre giorni immersivi nel mondo del social media marketing, tra conferenze, presentazione di progetti e tour nel parmense.

Venerdì.

La notte prima del volo, come da programma, dormo poco e male. Il percorso da casa all’aeroporto lo passo a riesaminare le liste spuntate nel mio telefono. Ho fatto tutto quello che avevo scritto ma ho scritto tutto quello che dovevo fare? È un tarlo che mi rode da 24 ore.

Il controllo bagagli è il momento di maggiore ansia. Nella mia valigia un pezzo di pecorino aspetta di sapere se riuscirà a salire sull’aereo. Per fortuna fila tutto liscio.

Atterrata a Parma mi limito a seguire la massa e a copiare dagli altri. Salgo sul bus che mi porterà in centro; la familiarità con i mezzi pubblici mi tranquillizza. Scendo alla fermata della stazione e inizio a trascinare il mio trolley. Con la mano libera imposto il navigatore sul telefono. Prima di capire quale direzione prendere ne provo due o tre osservando le reazioni del puntatore.

Ok, sono sulla strada giusta. Con un occhio alla mappa, uno alla borsa e uno alla valigia – no, un attimo, gli occhi sono solo due! Vabbè, rinuncio a guardare la borsa – mi dirigo verso la mia destinazione.

Le temperature, che dovevano essere polari secondo gli abitanti della zona e secondo ilmeteopuntoit, sono decisamente più alte e la coperta camuffata da sciarpa sulle mie spalle, unita al mezzo chilo di ansia che mi porto in tasca, inizia a farmi sudare. Dieci minuti di camminata veloce con trolley al seguito sono sufficienti per farmi arrivare sfatta alla meta.

Entro. Mi iscrivo e guadagno un sempre gradito blocchetto per gli appunti. Lascio il bagaglio nella hall e mi siedo nella sala conferenze. Peccato siano le 12:40 e manchino venti minuti alla conclusione. Carica di adrenalina per la piccola impresa compiuta – non essermi persa – non colgo una parola del discorso del relatore. Devo sventolarmi e riprendermi dallo stordimento generale. Mentre cerco di ambientarmi il navigatore annuncia ai presenti che sono arrivata a destinazione.

Cinque secondi di puro imbarazzo.

Passati.

Inizio a studiare i volti dei presenti cercando quei 42 compagni di classe di cui conosco solo la versione facebookiana. Provo a ricollegare facce reali e foto profilo. Anche ricordare i nomi non sarebbe male.

Individuo quelle con cui dividerò la camera per i prossimi due giorni e terminata la conferenza mi avvicino sorridente per presentarmi. Lo sguardo terrorizzato di una delle due mi invita a fornire rassicurazioni. Sperando che legga il labiale a distanza, le dico: “sono la tua compagna di stanza!”.

Non abbiamo molto tempo per i convenevoli. I seminari riprenderanno alle 14:30 e dobbiamo rifocillarci. Ci spostiamo in una tavola calda poco distante dove mangio le mie prime fette di prosciutto crudo del weekend. Tra il tragitto, una capatina in bagno, il pasto e la fila davanti alla cassa, riesco a parlare con sei persone; me ne mancano solo 36. La mia compagna di stanza continua, a ragione, a guardarmi con diffidenza ma riuscirò a convincerla che sì, sono un po’ pazza ma inoffensiva.

Torniamo in sala conferenze e dopo un solo intervento devo nuovamente abbandonare la stanza. I miei compagni di progetto mi aspettano, abbiamo una presentazione da terminare. Lavoriamo fino alle 18, perdiamo tutti gli interventi e ci riuniamo al gruppo solo a manifestazione conclusa. Abbiamo giusto il tempo di posare i bagagli in albergo prima di ributtarci sui progetti. Ceniamo in ufficio, sulle scrivanie, davanti ai pc, con una fetta di pizza o una porzione di riso alla cantonese da una parte e il mouse dall’altra. Arriviamo a mezzanotte che non siamo più in grado di elaborare frasi di senso compiuto. Lasciamo le rifiniture al giorno dopo. Torniamo in albergo. Spegniamo le luci e finalmente dormiamo.

No, dormono.

Io resto sveglia fino alle due e mezza, ancora carica di adrenalina e con la pancia in subbuglio che emette gorgoglii di ogni sorta. Divido la stanza con due perfette sconosciute e questo è il mio biglietto da visita. Mi raggomitolo e cerco di attutire i rumori in ogni modo, senza ottenere risultati. Posso solo sperare che la stanchezza delle mie compagne superi le mie interferenze.

Alla fine il brontolio si placa e anch’io posso cadere tra le braccia di Morfeo.

Domani ci aspetta un’altra lunga giornata.

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4 risposte a Weekend a Parma. La mia versione dei fatti.

  1. iDottori ha detto:

    Vai Lau!!!! Poni potenza!!!

  2. noolyta ha detto:

    A Parma mi è capitato di andare qualche volta per lavoro e non sono mai riuscita a visitarla, la prossima volta mi sono ripromessa di vederla…spero di riuscirci presto!

  3. Francesco Belli ha detto:

    Bel racconto! Credevo di essere l’unico a provare così tanta ansia per le nuove esperienze… In ogni caso coloro che riescono a sopravvivere al weekend degli SDBawards dovrebbero tutti ricevere una speciale onorificenza!

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