Direzione carcere

Mi nutro di storie. Sono la mia linfa vitale e il mio punto di riferimento. Le cerco in tutto ciò che mi circonda, soprattutto nelle vite degli altri. Ascolto, osservo e automaticamente confronto e associo scene reali a film e romanzi.  Non riesco a farne a meno. La similitudine è la mia figura retorica preferita. Dopo l’iperbole, è chiaro.

Per questo ho sempre parlato con toni entusiastici delle ore passate sui mezzi pubblici. Non solo perché sono una pazza esaltata incline all’euforia ingiustificata, ma perché intervistare passeggeri sulla qualità del servizio si è sempre rivelata una fonte inestinguibile di racconti. Ignare dell’esame radiografico a cui in realtà venivano sottoposte, le persone si trasformavano in personaggi e le loro parole in copione. Esterno giorno, scena prima.

Arrivata alla quinta stagione, però, anche la serie più originale diventa ripetitiva e banale. La trama è stata sviscerata a fondo e gli attori, stanchi e sbiaditi, non riescono a trasmettere più nessuna emozione. Tutto quello che si poteva dire è stato detto.

Così credevo, ma mi sbagliavo.

Quest’anno gli sceneggiatori hanno superato sé stessi, hanno unito i cervelli e hanno creato una trama avvincente, ricca di drammi e colpi di scena. Per riuscirci è bastato mettere me e i miei occhi, ingenui e incoscienti, per 5 ore su una nuova linea diretta niente meno che al carcere. Wow! Prison Break mi fai un baffo!

Il risultato è stato un lungo road movie, andata e ritorno, verso un mondo parallelo dove il bene e il male si invertono, si mescolano e si confondono. Protagonisti assoluti: detenuti in libera uscita e mogli in visita.

Mi sentivo come una bambina al luna park: sguardo fisso e sorriso imbambolato. Incredula. Perché nonostante la situazione presupponesse un atteggiamento serio e maturo da entrambe le parti, l’atmosfera era insolitamente allegra e spensierata, surreale direi, con scambi di battute brillanti e sarcastiche.

È iniziato tutto con le signore che rientravano dal turno di visita. Dopo aver dato i loro giudizi sulla frequenza della linea, la pulizia e la puntualità, hanno voluto condividere con me anche le loro opinioni sul nuovo penitenziario, su quanto il precedente alloggio fosse migliore di quello attuale, sulle nuove restrizioni in merito a ciò che si può o non si può portare ai carcerati: la verdura cotta sì, cruda no; la carne di agnello no, le bistecche di maiale sì; le scarpe nuove sì, quelle vecchie no…

Mentre discorriamo come dirimpettaie di ciò che per loro è routine e per me fantascienza, il lampeggiante di una camionetta scortata da un’auto della polizia attira la nostra attenzione e sposta la conversazione sul nuovo arrivato: “ne hanno beccato un altro, dev’essere un pezzo grosso…” dicono. Non so cosa rispondere. Ma non ho nemmeno il tempo di fare congetture sui crimini più comuni che possono averlo portato fin lì (furto, omicidio…) che l’approssimarsi al bus di un uomo con due pesanti bustoni mi riporta di colpo alla realtà. “A lui non farla l’intervista, ha appena ripreso a respirare l’aria pura” è il premuroso consiglio di una delle signore. Giusto, sarebbe tempo perso, cosa vuoi che ne sappia della puntualità del servizio…penso io, cinica e pratica.

Dopo una sola corsa su quella navetta il fascino del male mi aveva conquistata. Mi giravano per la testa infiniti scenari possibili, ma mi trattenevo dal chiedere dettagli ai miei compagni di viaggio. Il mio bisogno di teatralità era già stato ampiamente soddisfatto. E ancora non era finita. Mi aspettava la corsa coi detenuti di rientro dalla libera uscita.

Avevo un compito da svolgere, però. Quindi, cartelletta alla mano, mi calavo di nuovo nel ruolo dell’intervistatrice:

Io – “Professione?”

Lui – “Delinquente incallito”.

Io – “Questa non è una professione; al massimo un hobby.”

E giù a ridere, intervistatrice e carcerato.

Eravamo solo alla terza domanda del questionario. Ma su quella linea anche i quesiti più banali sembravano diventare fonte di imbarazzo. Ha mai viaggiato senza biglietto? Per quale motivo usa il bus? Ha un mezzo di trasporto? Controlla mai gli orari sul sito o sull’app? Davanti ad ognuna di queste avevo un attimo di esitazione. E ogni volta mi stupivo delle loro risposte gentili e autoironiche.

Arrivati al carcere ci siamo salutati come vecchi amici e dati appuntamento per i prossimi rilievi, a luglio. Qualcuno ci ha tenuto a dirmi che per allora sarà già uscito.

Ultima corsa. Rientriamo, l’autobus è vuoto, ci siamo solo io e l’autista. È scesa la notte e una pioggia scrosciante. In lontananza le luci della città si fanno sempre più vicine…

Eh sì, davvero bravi stavolta gli sceneggiatori.

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2 risposte a Direzione carcere

  1. foocault ha detto:

    Bomba! (uahaha)
    😉

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