Rilievi a bordo. Capitolo 2. Buoni e cattivi.

Dove eravamo rimasti? Ah sì, i personaggi.

Se calcolare le ore trascorse sui mezzi pubblici è stato semplice e immediato, fare una stima del numero di persone con cui sono entrata in contatto in questo periodo non è altrettanto facile. Ho detto buongiorno, salve, ciao – a seconda delle età – a un’infinità di passeggeri, una buona parte dei quali ha persino accettato di farsi intervistare; ho viaggiato a fianco di moltissimi autisti, ho mostrato il mio tesserino ad un ormai noto manipolo di verificatori e ho conosciuto, di volta in volta, nuovi compagni di squadra.

Non tutti, ovviamente, hanno lasciato una traccia del loro passaggio; e molti di quelli che ancora rimangono impigliati nelle maglie sottili della mia memoria sono solo file temporanei che, a breve, verranno definitivamente cancellati e dimenticati. Possono esserci finiti per mille ragioni, archiviati in chissà quale insieme specifico di esseri umani: quelli con gli occhi azzurri, quelli coi capelli bianchi, quelli con le paste della domenica, quelli coi sacchetti del McDonald, quelli che conoscono tutte le strade, quelli che hanno bisogno di indicazioni, quelli in giacca e cravatta, quelli in bermuda e ciabatte, quelli che hanno girato il mondo, quelli il cui mondo è racchiuso tra la fermata sotto casa e quella del mercato.

Ma, se ancora sono lì, quelle persone, quei ricordi, non è per l’aspetto fisico o l’abbigliamento; non sono fotografie, quelle salvate, ma sensazioni. Corpi senza volto hanno avuto un ruolo nel mio film che va oltre quello della semplice comparsa. Hanno prodotto sorrisi o suscitato rabbia e indignazione. Erano eroi buoni e streghe cattive. In entrambi i casi sono rimasti a bordo con me.

Il criterio di selezione è del tutto soggettivo ma estremamente severo e categorico. Non è sufficiente accettare di farsi intervistare per essere ricordato come miglior passeggero dell’anno. Rifiutando, però, soprattutto se hai vent’anni e come scusa adduci il fatto di essere stanco, si hanno ottime probabilità di finire almeno tra i titoli di coda nella sezione “stronzi”.

Le “donne delle pulizie”, disponibili a farsi intervistare anche alle cinque di mattina, quelle a cui se dici “bus” non sanno di cosa parli perché loro viaggiano solo in “pullman”, e che alla domanda “Quanto è importante…?” rispondono sempre “10”. O gli over 65 per cui esprimere un’opinione con un numero è praticamente impossibile. Loro sì, meritano di entrare nella hall of fame di questa avventura. Spero di aver reso fede al vostro pensiero. Ho sempre cercato di tradurre al meglio i vostri mmm, eh, sì, molto, abbastanza.

Come dimenticare la signora che ha accettato soltanto perché: “a una ragazza così sorridente non si può dire di no”. Leone d’oro a lei e a tutti quelli che dopo il mio: “grazie sei stato gentilissimo” hanno risposto: “anche tu”. Sto ancora decidendo, invece, in quale girone dell’inferno sistemare chi, pur non volendo farsi intervistare, ha tenuto a farmi presente ogni tipo di lamentela; quelli che “non rilascio interviste” e quelli che “non pago il biglietto perché il servizio fa schifo”. Voi, sappiatelo, soffrirete tantissimo.

Per quanto riguarda i verificatori, non potrò mai cancellare dall’archivio il più nobile di tutta la categoria, l’uomo dalla coscienza ingombrante; si sentiva in colpa per aver messo una multa, una delle poche in tutta la sua carriera. Adesso è in nomination per il miglior malvagio redento assieme all’Innominato e al cacciatore di Biancaneve. Per tutti gli altri rimane l’odiosa immagine stereotipata imposta dal ruolo.

Agli autisti spetta una menzione speciale per la loro poliedricità e varietà di ruoli interpretati in questa commedia. Son stati padri, compagni di scuola, guide turistiche e spirituali, psicologi, opinionisti, sportivi, sindacalisti. Ad ogni viaggio mi ritrovavo a ripetere i perché e percome fossi lì, al loro fianco, a contare e intervistare passeggeri, costretta a rivangare il passato e a riaprire ferite professionali mai sanate, in un’eterna seduta di psicanalisi. In questo modo, però, ho potuto conoscere persone gentili e disponibili, con noi rilevatori e con i passeggeri. Fornivano pazientemente ogni tipo di indicazione, effettuavano fermate ad personam e, intanto, mi aiutavano col conteggio, scherzavano, condividevano le loro frustrazioni e ascoltavano le mie. Non tutti, sia chiaro. Ma ho preferito eliminare i cattivi da questa scena.

Infine i colleghi. Il fatto di condividere la stessa sorte, di ritrovarsi per sei ore al giorno sullo stesso mezzo, non ci rende automaticamente amici e nemmeno buoni compagni di squadra. Ci vuole collaborazione, complicità, venirsi in contro, ridere e lamentarsi delle stesse cose. Soprattutto occorre avere la stessa visione del lavoro. Cioè la mia. Menefreghisti, imbroglioni e perditempo hanno già il loro girone infernale dedicato. Quando, però, si ha la fortuna di avere come compagno di viaggio l’amico di tutta una vita, quando sai che puoi raccontare qualsiasi aneddoto che lui riderà perché l’ha vissuto come te, che tutto ciò che ti fa imbestialire lui può ascoltarlo e sopportarlo perché capisce alla perfezione, quando puoi condividere con lui anche il lavoro a casa, caricare i dati davanti a una tazza di tè e biscotti e nel frattempo continuare a ricordare episodi, ridendo e brontolando, capisci perché per tre volte sei stata a bordo di quei mezzi e continui a salirci e a parlarne come se fosse un’esperienza imperdibile.

A lui l’oscar come miglior attore protagonista.

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2 risposte a Rilievi a bordo. Capitolo 2. Buoni e cattivi.

  1. Rilevatore02_M.Pisano ha detto:

    Piango :’) ❤

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