Attività psicomotoria

Quando andavo alle elementari la chiamavano così, l’ora di educazione fisica: attività psicomotoria. Non posso affermare con assoluta certezza che all’epoca mi fosse chiaro il significato del termine, ma mi piace pensare che a sei anni padroneggiassi senza problemi questo genere di parole in elevati discorsi socio-culturali, tra una regina reginella e un color color.

Avrebbe dovuto temprarci la mente così come il corpo, questa attività psicomotoria.

Si svolgeva in un’aula identica a quelle in cui facevamo lezione solo che al posto di sedie e banchi c’erano cerchi, linee e percorsi tracciati sul pavimento con nastro adesivo, da elettricista, di vari colori. Con i miei pochi ricordi da seienne è difficile dire in che modo psiche e fisico venissero coinvolti nell’attività. Né che tipo di risultati ottenessero. Non dovrebbero esserne usciti danneggiati, credo, ma non vorrei esprimere giudizi azzardati.

Oggi la mia attività psicomotoria è in autogestione. Ha sfondato le quattro mura di quell’aula scolastica per trasferirsi all’aria aperta. Ha cancellato linee e cerchi, ha allungato il tragitto e l’ha trasformato in una lunga passeggiata tra i campi; un percorso ad ostacoli, fisico e mentale, tra gli escrementi dei vari greggi di pecore in transumanza da un prato all’altro, e quelli disseminati dal mio cervello, lungo le amene stradine all’uscita del paese.

Con me nessun compagno di classe, di giochi o di viaggio. Soltanto un paio di vecchie scarpe da tennis, la gentilissima signorina di Runkeeper che ogni dieci minuti mi snocciola i dati sull’andamento, e il mio zainetto di pensieri. Nessun auricolare nelle orecchie. Non voglio interferenze musicali tra me e la mia mente, tra me e le auto che passano, tra me e i malintenzionati…ché non si sa mai.

Attività iniziata.

Per i primi due chilometri il cervello svolge una pura funzione meccanica; il suo unico scopo è quello di azionare i muscoli e i miei sensi di ragno per fare in modo che non mi investano. Gambe e braccia, avanti veloce, e sguardo dritto. Anche agli incroci. (30%psico-70%motoria)

Una volta lasciatami la civiltà alle spalle, circondata solo da ovini, aironi e qualche trattore, posso finalmente iniziare a svuotare le tasche del mio zainetto (70%psico-30%motoria). Da qui in avanti l’andamento dei miei passi dipenderà solo dalla qualità dei miei pensieri, oltre che dalla cena del giorno prima.

Preoccupazioni. Sono un carburante di scarsa qualità; una fregatura venduta a poco prezzo a una fiera di ciarlatani. Pesano sulle spalle come il Castiglioni-Mariotti; rallentano l’andatura, aumentano gli affanni, e soprattutto giocano sporco: non aspettano nemmeno che abbia svoltato l’angolo dietro casa per venire a tormentarmi.

Urgenze. Con loro non mi ferma nessuno. Batto tutti i record. Sapere di avere una lista di cose da fare che mi aspetta al mio rientro è come viaggiare con un forte maestrale sempre dietro le spalle.

Rabbia. Nemica-amica. Può farmi correre così come fermare all’improvviso. I dialoghi feroci autoprodotti dalla mia testa cinematografica sono estremamente coinvolgenti: potrei rincorrere lo stronzo di turno in capo al mondo pur di insultarlo, oppure piazzarmici di fronte, in mezzo alla strada, puntargli un dito contro e vomitargli addosso tutto il mio sfogo.

Idee creative. Il vero motore di questa macchina umana. Quando gli ingranaggi nel cervello girano veloci, le gambe viaggiano di pari passo. La possibilità di dar vita al frutto del proprio ingegno genera positività. La positività entusiasmo. L’entusiasmo movimento. Vedere il riflesso di me stessa materializzarsi in qualcosa, che siano due righe sul blog o un pacchetto regalo ben infiocchettato, mi spinge a correre verso quel miraggio come un assetato verso un oasi nel deserto.

Fame. Tra un pensiero e un passo, un pensiero e un passo, alla fine salta sempre fuori dalle tasche qualche merendina. Ricette da provare, torte da sfornare, cioccolata e pasticcini, pizza e patatine; dolce e salato in una piacevole alternanza. In questi squisiti momenti il corpo procede mollemente cullandosi su una nuvola di zucchero filato rosa.

Orgoglio. La voce della signorina mi riporta alla realtà. Tempo. Cinquanta. Minuti. Distanza. Cinque. Virgola. Otto. Chilometri. Andamento medio. Otto. Minuti. Trentadue. Secondi. Per. Chilometro. Com’è possibile? Dove ho potuto perdere dieci secondi? Devo accelerare un po’. Vabbè, tra 15 minuti sarò a casa, non penso più a niente, devo solo superare il ponte e continuare a muovere le gambe.

Attività terminata.

Distanza. Sette. Virgola. Sette…

Non la ascolto più. Varco il cancello e corro in doccia. Lo zainetto è vuoto. Preoccupazioni, urgenze, rabbia. Ho abbandonato tutto lungo la strada.

Purtroppo anche le idee creative e l’entusiasmo.

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2 risposte a Attività psicomotoria

  1. michelacorrias@tiscali.it ha detto:

    bellissimo! mi piace molto! intanto che leggevo t’immaginavo nella tua camminata 😉

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