Casa libera

Dopo un mese di luglio orrendo, consumatosi in stille di sudore sugli autobus, a contare i passeggeri come rainman (esperienza che merita di essere raccontata, un giorno, forse…), e dopo un agosto altrettanto schifoso, culminato con la visita al pronto soccorso oculistico, una benda sull’occhio, una abrasione della cornea e sette giorni di cura senza mettere il naso fuori di casa per evitare ogni granello di polvere; dopo aver archiviato le lenti a contatto, conservato asciugamani, costumi e creme solari e accettata mestamente la fine anticipata della stagione, non mi restava che aspettare speranzosa l’arrivo di settembre e la sua promessa di giorni gioiosi. Settembre = vacanza per i miei = casa (quasi)libera = fidanzato, amici, vacanza per me. Il giusto riscatto di una pessima estate, la più anomala a memoria d’uomo in quanto a maltempo, la più insignificante a memoria mia.

I primi dieci giorni di settembre dovevano essere la mia ancora di salvezza, il mio kit di sopravvivenza per estati infelici. Ma si sa, le mie fantasie difficilmente si realizzano.

Come ogni anno mi sono ripromessa di prendermela comoda e gestire il castello senza ansie e stress. Detto fatto. Dopo appena due ore dall’aver sollevato il ponte levatoio sono entrata in modalità desperate housewife. Straccetto alla mano, occhi stretti e fissi, attenta a ogni ciglio, o macchia, o briciola che osi poggiarsi sul pavimento. Livello di stress: due tacche.

Dopodiché mi dirigo in giardino, sorgente naturale di ansietà. Obiettivo numero uno: non far seccare il prato e non uccidere le piante. Come già successo in passato. Per raggiungere lo scopo, la tempistica gioca un ruolo fondamentale. Tra le 18:00 e le 19:00 si innaffia il prato dietro casa, prima ci sarebbe ancora troppo caldo; dopo troppe zanzare, troppo buio, cene da preparare, roba da stendere…Livello di stress: quattro tacche.

La mattina entro le 9:30 si innaffia il giardino davanti, prima che il sole faccia capolino sul prato. Importantissimo: controllare ogni angolo della casa, ci sono piantine nascoste nei posti più impensabili, pronte a fare la spia ai genitori, con le loro foglioline ingiallite, per ogni razione d’acqua mancata. Dopo dieci giorni di questa routine si è pronti ad avere un figlio. È sicuramente meno impegnativo della dicondra. Livello di stress: cinque tacche.

Tutto ciò che viene prima e dopo è niente in confronto. Sveglia presto, spesa, pulizie, pasti, piatti da lavare, magliette da stirare…bazzecole. Ritagliarsi del tempo libero diventa una partita a scacchi con la casa ma la si vince.

Quando, però, in paese sbarca il circo dei criminali, alleggerire la mente diventa un’impresa impossibile. Pare che ladri e scassinatori abbiano deciso di incontrarsi ogni anno, in paese, alla partenza dei miei, e mettere su uno spettacolo diverso ogni notte. Iniziano a diffondersi e a moltiplicarsi le notizie di furti, rapine, vecchiette scippate…non si è al sicuro nemmeno dentro le mura e uscire di casa anche solo per cinque minuti significa sigillare porte e finestre con ogni tipo di serratura. Livello di stress: sei tacche.

Per fortuna anche le giornate più pesanti volgono al termine, la tavola è sparecchiata e ci si può finalmente accoccolare in poltrona davanti a un bel film e godersi il meritato riposo prima di andare a dormire. Senza spegnere del tutto il cervello, però, perché c’è la spazzatura da portare fuori…domani secco o plastica? O è il vetro?

Sì, non è proprio l’idea di vacanza rilassante che avevo in mente. Le ore di sonno, stranamente, si riducono da otto a cinque, sei quando va bene. Quasi mai scivolano via senza intoppi e spesso mi ritrovo con gli occhi sbarrati, nel cuore della notte, perseguitata dal bambino della Ferrarelle che mi interroga: “menù a mente!” e mi costringe a pensare. Cosa farò domani a pranzo? E a cena? E a rispondergli: timballo, risotto, agnolotti, tortelli, carbonara…Perché l’obiettivo numero due, dopo le piante, è non far morire gli umani della casa. Livello di stress otto tacche.

Dopo solo quattro giorni di questa splendida villeggiatura, in questo magnifico stato di totale relax, un herpes che erutta come un’isola vulcanica sotto il mio labbro non è nient’altro che la normale e degna conseguenza di una estate idilliaca.

Ovviamente ho tralasciato la parte romantica della storia che, nonostante tutto, c’è stata. Ma è risaputo, la tv del dolore fa più audience.

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