La fiera delle vanità.

Per quanto una donna guardandosi allo specchio possa non piacersi, sentirsi brutta, denigrarsi e dire le peggiori cose di sé come solo l’invidia di un’altra donna sarebbe in grado di fare, per quanto possa affermare che il suo aspetto fisico non rientri in nessuno dei canoni di bellezza universalmente riconosciuti, non potrà mai dissimulare la sua vanità, il gene alla base del DNA femminile, la materia prima dell’intero universo XX. La stessa che la porta a credere che il brutto anatroccolo si trasformi in cigno grazie a un po’ di mascara.

Finché il suo corpo non le sbatterà in faccia la dura realtà, quando il fondotinta non potrà più coprire i segni della decadenza, le rughe non avranno risparmiato nemmeno un centimetro del suo viso, il rossetto non potrà rimpolpare i solchi sulle labbra rinsecchite e i capelli non saranno grigi e stopposi come un covone di paglia, finché la sua mano sarà in grado di tenere le pinzette e togliersi le sopracciglia senza ferirsi gli occhi, una donna non rinuncerà mai al sogno di assomigliare a Gisele o a una qualunque modella di Intimissimi.

Per questo nessuna è immune al fascino di un set con lampade a forma di ombrello, make up artist e fotografo professionista. Chi potrebbe resistere all’illusoria promessa che qualcuno possa renderti la pelle vellutata e impalpabile come un petalo di rosa; gli occhi come quelli di un cerbiatto impaurito ma allo stesso tempo in grado con un battito di ciglia di sedurre il cacciatore che sta per fare di lei la sua preda; i capelli una soffice cascata di seta lucente, onde morbide dai riflessi ambrati scolpite nell’ebano che scendono suadenti a incorniciare un volto di madreperla e labbra carnose come un frutto maturo. Insomma: bellissima. Una dea. Pronta, in un clic, a pubblicizzare un rossetto Chanel sulla copertina di Vogue.

Come negarsi una simile opportunità.

La realizzazione di questo affascinante, utopico mondo, però, va incontro a seri problemi logistici quando la fintamodella (no, non è un errore) in questione, che sarei io, ha tutte le fisime elencate in premessa, vince su tutti nell’arte dell’autodemolizione ed è la persona più refrattaria all’obiettivo, più rigida e più simile a un pezzo di legno che possa esistere. Alla faccia dell’ebano suadente…

Se a ciò si aggiunge che il set fotografico altro non è che lo scantinato dei tuoi migliori amici, quello delle feste di compleanno, dei Natale e Capodanno, col camino e gli attrezzi per la ginnastica, la panca per gli addominali e il tapis roulant. Che lui è il fotografo (semi)professionista (semi)serio, appassionato ideatore di grandiosi progetti e sognatore dagli scarsi mezzi; lei la make up artisthair stylist nonché istigatrice, fedele sostenitrice e strumento delle follie del genio di lui. Che entrambi sono addetti alle luci mentre la macchina scatta in automatico; e che questa luce non proviene da enormi ombrelli posizionati ad arte ma da una lampadina in una scatola, chiusa da un sottile foglio di carta velina bianca, posta a venti centimetri dalla mia faccia, nelle mani di lei; da una lampada da officina arancione con gancio, velata d’azzurro, per i riflessi fatati nei miei capelli, nelle mani di lui; da un altro faretto da scrivania poggiato sullo scaffale a pochi centimetri dal mio fianco e, infine, da un faro a terra, a metà strada tra me e la macchina, immancabilmente scalciato via ogni qual volta il fotografo imposta l’autoscatto e corre da me, ad azzurrare la mia chioma…

Beh, potete immaginarvi la scena.

Scatti con ciocche di capelli che si spostano. Scatti con risate. Scatti con posizioni fuori fuoco. Scatti con risate. Scatti con calci ai fari. Scatti con imprecazioni. Scatti con risate.

Per fortuna alla fine, come nella migliore delle fiabe, il principe – azzurro per effetto di una reale lampada blu – arriva in soccorso della donzella in pericolo. Eccolo, è lui! Photoshop: l’eroe senza macchia – solare – e senza paura, con i suoi filtri, la luce giusta e la pelle perfetta, pronto a sopperire a tutte le nostre mancanze materiali, tecniche, fisiche e di autostima. Giunto a trasformare il brutto anatroccolo…in un accettabile anatroccolo.

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2 risposte a La fiera delle vanità.

  1. Miky ha detto:

    Hahahahaha ma che razza di gente frequenti?

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