Sapore di mare.

Alzi la mano chi non l’ha mai visto.

È il film dell’estate per eccellenza. Un imprescindibile classico della commedia italiana. Di quelli che non puoi non aver visto almeno una volta nella vita. O, almeno, per me lo è. E siccome io, nella mia vita, l’ho visto almeno una dozzina di volte, mi sembra impossibile che ancora esista qualcuno che ignori chi siano Gianni e Selvaggia, Felicino e i marchesini Pucci. E se a sentirmeli nominare pensate che siano dei miei amici di infanzia dai nomi bizzarri o, peggio, che io sia impazzita, sappiate che in realtà il problema è vostro, ed è serio. Non solo perché nella vostra cultura cinematografica c’è un’enorme falla che andrebbe subito colmata, ma anche perché, tra me e voi, c’è una voragine che mette a repentaglio la possibilità di instaurare un rapporto di stima reciproca. Ma siete sempre in tempo per rimediare.

Abbiamo la stessa età, io e questa pellicola. Siamo cresciuti assieme. Le sue battute son diventate le mie battute e le sue canzoni le mie canzoni, la mia colonna sonora. Si può dire che la mia dipendenza da questo film sia, allo stesso tempo, causa ed effetto del mio essere fuori dal tempo. Da qui il nome del mio blog.

Ho sempre sostenuto di essere nata nell’epoca sbagliata (oppure ho troppi ricordi della mia vita precedente). Deve esserci stato un problema al momento della spedizione del pacco che ha ritardato il mio arrivo su questo pianeta di una trentina d’anni. Avrebbero dovuto spedirmi qui circa sessant’anni fa ma si sa, le poste italiane…

È evidente, però, che il mio corpo fosse stato programmato per vivere negli anni Sessanta; non si spiegherebbe altrimenti il mio anomalo gusto personale, soprattutto in campo musicale.
Io avrei dovuto passare le miei estati a Forte dei Marmi, come Luca e Marina, avrei ballato alla Capannina (forse questo non l’avrei fatto nemmeno negli anni Sessanta, io e il ballo abbiamo ampiamente dimostrato la nostra incompatibilità), o quanto meno l’avrei frequentata; avrei visto salire alla ribalta la ragazza del Piper, avrei indossato vesti a motivi geometrici e durante un falò sulla spiaggia avrei cantato “Non son degno di te” o “Alla mia età” e nessuno avrebbe trovato strano che ne sapessi le parole a memoria.

E invece mi ritrovo qui, trentenne nel 2013.

Sì, le notti d’estate in spiaggia con gli amici esistono anche in quest’epoca e per fortuna c’è ancora chi le accompagna strimpellando una chitarra. Ma l’immagine che ne risulta, ai miei occhi, manca di romanticismo. Sarà che nel nostro tempo è vietato accendere un falò in spiaggia e al posto del calore delle fiamme, ad illuminarci i visi, sono delle fredde, ultramoderne, cinesissime lampade a led; sarà che non serve più raccogliere gli accordi in un quaderno o impararli a memoria, perché adesso ci sono gli smartphone e i tablet e in un secondo si ha a portata di mano un intero universo di spartiti; sarà che le bionde trecce e le magliette fini hanno fatto il loro tempo, non ci bastano più, vogliamo i Negramaro. Sarà che se canti una canzone di Rita Pavone rischi di gelare la platea.

Sarà che sono anacronistica.

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