Malattie 2.0

Tutto ebbe inizio con uno smartphone. Il terreno più fertile per la proliferazione di passioni fugaci e, spesso, nocive.

Internet, social networks, giochi, applicazioni.

In principio fu Twitter. Ore e ore perse nel frenetico e impossibile tentativo di seguire la TL. Quello che per una operatrice telefonica era sempre stato solo acronimo di un incubo, la Team Leader, divenne d’un tratto TimeLine. (Vedi glossario base degli utenti del social cinguettante).

Mattina, pomeriggio e sera, come una medicina, dopo i pasti per non rovinarmi lo stomaco, e nel frattempo mi rovinavo il cervello. Dovevo leggere tutto, non potevo saltare nemmeno un tweet. Controllare following e followers, i trendig topics, gli hashtags. Pensare in continuazione a produrre 140 caratteri brillanti e costruttivi, divenne un’occupazione, un impegno.

Ma il mondo social viaggia veloce e gli scambi continui portano i germi di nuove malattie.

Fu così che arrivò Ruzzle. Non ricordo chi mi contagiò ma questa nuova sindrome mi travolse come un treno. Mi trascinò nel più squallido dei vizi, quello del gioco, facendo leva sul mio orgoglio. Volevo vincere, avere i punteggi più alti, trovare la parola col valore maggiore e ottenere sempre più achievement. E pur di raggiungere l’obiettivo mi dimenticai di Twitter, abbandonai quel social che ora, al confronto, mi appare un passatempo perfino edificante. In fondo mi tenevo aggiornata sull’attualità, sulla cultura, sullo sport, forzavo la mia creatività…

Con gli occhi iniettati di sangue fissi su un minuscolo schermo da tre pollici, vagavo alla ricerca di avversari casuali che mi dessero la mia quotidiana dose di delirio d’onnipotenza per una vittoria al terzo turno.

Per fortuna, come ho detto, sono amori passeggeri, travolgenti ma effimeri.

Il guaio è il loro susseguirsi in un incessante circolo vizioso. Per un virus che passa un altro subentra. Con quell’ineluttabile meccanismo da chiodo scaccia chiodo.

Infatti, sento già salire la febbre per PicsArt e il fotoritocco.

E di nuovo, sotto attacco, è il mio spirito artistico.

Negli ultimi giorni ho trascorso il mio tempo ad immortalare ogni sorta di soggetto. Ho creato composizioni improbabili con soprammobili, fiori, innaffiatoi. Con la presunzione di un grande fotografo e gli strumenti di un ciarlatano, mi aggiravo per la casa cercando l’ispirazione e pretendendo risultati impossibili dalla misera fotocamera del cellulare. Una volta scelta la foto adatta, potevo, infine, dedicarmi alla parte migliore del gioco. Ho applicato filtri, cornici, adesivi, fumetti ed effetti di ogni tipo. Foto in bianco e nero, seppiate, o super colorate; stile pop art, vintage, fumetto. E poi cuori, fiori, stelle, pupazzetti…un vortice di colori da cui mi sentivo sopraffatta.

Fino a quando non ho scelto me come soggetto.

Da quel momento ho capito che i miei anticorpi e il mio amor proprio avrebbero rigettato presto questo virus. Mi sono scattata mille foto (la cifra è approssimativa ma non si discosta molto dalla realtà), nella speranza di ottenere un risultato quanto meno accettabile, e ad ogni visione uno strazio, un squarcio al cuore, aghi negli occhi. Ho visto ritratti di me che nessuna persona dall’animo sensibile e dalla scarsa autostima dovrebbe affrontare. Sono stata in grado di riprendere il mio viso in qualsiasi tipo di smorfia, contorsione innaturale, espressione raccapricciante che potessi produrre. Ho dovuto scorrere le mie peggiori immagini sperando che prima o poi ne arrivasse una che rispecchiasse l’idea (evidentemente errata) che avevo di me stessa.

Ma niente.

Arrivavano sempre il cane e i fiori del giardino.

Perfino il fungo di legno è venuto meglio di me.

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Serve una cura.

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