Schifosissimo ottobre.

Ho sempre pensato che ottobre, al pari di gennaio, fosse un mese di merda. Archiviata definitivamente l’estate, passata la festa, con gli studenti di nuovo sui pullman, resta solo un senso di desolazione e tristezza. E non ho mai considerato questo mio pensiero un luogo comune come potrebbe esserlo “non esistono più le mezze stagioni” o “Venezia è bella ma non ci vivrei”, non ho mai visto Venezia, perché mai dire una cosa simile.

Per me non si tratta di un banale concetto arbitrario, di un’accusa ingiuriosa e priva di fondamento; un bieco tentativo di infangare il buon nome del mese delle castagne e dei cachi. È vero, a me le castagne fanno cagare, ma non è questa la ragione del mio convincimento; non si tratta di un sentimento di ripicca nei confronti di un frutto insulso. La mia è una vera e propria teoria, valida e verificabile, un assioma che, dopo anni e innumerevoli prove raccolte, ahimè, a mie spese, ho potuto ampiamente dimostrare.

Se, però, oggi, 5 ottobre ’12, ho deciso di smascherare l’odioso mese, svelando a tutti che quel marroncino che tanto lo rappresenta non è dovuto al colore delle foglie che cadono ma a qualcos’altro, è perché ormai la misura è colma. Quest’anno lo schifoso ha mostrato la sua natura infausta e si è accanito contro di me sin dai sui primi giorni. E io non posso più sopportarlo.

Lunedì, con l’intero paese, me compresa, ancora immerso nei festeggiamenti, ottobre ha scoccato il suo primo dardo velenoso. Ha mandato l’ufficiale telefonata di brutte notizie e senza pietà mi ha rigettato nel triste mondo dei disoccupati. Quella giungla spietata di annunci fasulli, call center con contratti da fame e giovani disperati che si battono a suon di raccomandazioni.

Dopo due giorni di depressione, stomaco chiuso, mutismo e lacrime, alimentate ulteriormente dal periodico scompenso ormonale, senza riuscire ad evitare il sogno illusorio che in realtà fosse tutto uno scherzo, l’amaro faccia a faccia con le cattive notizie mi ha riportato coi piedi per terra, o forse sotto terra. Era tutto vero. Quindi, mossa dalla disperazione, incapace di intendere e di volere, mi sono ripresentata al tanto odiato istituto di ricerca; ma anziché raderlo al suolo o almeno chiedere i soldi di gennaio che ancora mi devono, ho ben pensato di dare per l’ennesima volta la mia disponibilità per future indagini sottopagate e interviste impossibili. Che idiota.

Tornata a casa, col morale sotto i tacchi, ho cercato di tirarmi su, di andare contro natura e di ignorare la delusione e l’amarezza. Mani sulla tastiera, non dentro un barattolo di Nutella, ho cercato di scrivere un pezzo ironico malgrado l’umore mi spingesse in tutt’altra direzione.

Ma il bastardo non si elude così facilmente. Mentre tento di buttare giù le prime righe, con l’ispirazione che sembra arrivare a produrre qualcosa di buono, per il mio blog ma soprattutto per il mio animo afflitto, le pagine del computer si chiudono all’improvviso; una serie infinita di avvisi allarmanti di errori fatali compare sullo schermo che nel giro di pochi minuti si spegne per non riaccendersi mai più. Ancora più depressa e frustrata, nella mia rinnovata posizione di disoccupata mi vedo pure costretta a subire l’onta dell’onerosa spesa di un nuovo portatile: 450 €.

E tutto questo solo nei primi quattro giorni.

Al diavolo il pezzo ironico. Qua serve un piano di sopravvivenza o non arriverò al trentuno.

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