Il Caffè sociale Vol. II. Vita notturna.

Vi ho mai detto che sono anche astemia?

Vi domanderete, questo, cosa abbia a che fare col fatto che non beva caffè.

Ebbene vi dimostrerò come i due aspetti siano strettamente connessi e come entrambi, inizio a pensare, coalizzandosi, contribuiscano a complicare la mia vita nell’ambito delle relazioni sociali.

Perché, se il mio essere refrattaria alla caffeina produce effetti negativi, nonché imbarazzanti circostanze, durante la mattina, in vari momenti dalla prima colazione, passando per la pausa delle dieci, quella delle undici e quella di mezzogiorno, lo stesso aspetto si rivela ugualmente dannoso nelle occasionali uscite notturne, quando, assieme al suo compagno di giochi, il disgusto per tutto ciò che è a base di alcool, si diverte a mettere alla prova il mio istinto di sopravvivivenza, la mia capacità di reazione davanti a situazioni ad alto tasso di soggezione (leggasi figure di merda).  

Per dare un’idea del mio rapporto con i liquori basterà dire che ai matrimoni rifiuto l’aperitivo che bevono pure i bambini prima del sontuoso banchetto, e il sorbetto delle 17:00 tra la carne e il pesce. I cocktail alla frutta che spacciano per analcolici, quando in realtà non lo sono, io li riconosco dall’odore. Il calice di spumante per il brindisi di capodanno, invece, non lo rifiuto mai, sebbene gli riservi una diversa destinazione d’uso: come Chanel N°5, due gocce dietro le orecchie, solo per scaramanzia.

Assolutamente banditi: birra, vino, e liquori vari. E per favore smettete di dirmi: “Prova, dai, assaggia questo, non si sente per niente l’alcool!”. Non funziona.

Questa premessa necessaria per dire che nelle cene tra amici, nelle uscite in pizzeria il sabato sera, la mia scelta per la bevanda d’accompagnamento si riduce a due possibilità: acqua o Coca Cola. Solitamente la decisione cade sulla bibita gasata; scegliere l’acqua implica il venire tacciati di essere salutisti, fissati con la dieta, la linea, la prova costume. Meglio evitare.

Riesco agevolmente a smarcarmi dal caffè come ultima richiesta prima del conto; non sono mai l’unica a negarsi questo piacere e la mia astensione passa facilmente inosservata. In questo modo si evita anche il problema dell’ammazzacaffè.

Quando però, a fine pasto, guardando l’orologio, si pensa che sia troppo presto perché la serata termini in questo modo e si decide di proseguire le chiacchiere in qualche localino con luce soffusa, musica troppo alta per parlare senza dover sollecitare pesantemente le corde vocali, e che presenta sui tavoli menù di cocktail con base d’asta di 7 euro l’uno, allora è lì e in quel preciso momento che il rifiuto della miscela arabica mi si ritorce contro e si vendica.

Perchè è in questi istanti che capisco che il caffè salva la vita, sociale, ma pur sempre vita.  

Davanti a quel menù precipito ancora una volta nel problema dell’integrazione sociale, i dubbi su quale sia l’atteggiamento più consono all’ambiente per evitare l’espulsione dal gruppo. Mi rendo conto di non poter ordinare il solito ACE, sarebbe un’umiliazione troppo grande, e probabilmente qui non viene nemmeno contemplato come ingrediente al 5% nei cocktail tropicali; per quelli, al massimo, il succo d’ananas. Potrei ordinare l’ennesima Coca Cola mettendo a rischio la tenuta della mia vescica di donna che è, per sua natura, poco incline a contenere grosse quantità di liquidi, o scegliere l’acqua che non ho preso in pizzeria, salvaguardare lo stomaco, e guadagnarmi, però, il disprezzo del barista nel cui sguardo si legge chiaramente: “Che cazzo ci fai, tu, qui?”

“Un caffè per me, grazie. Devo guidare sa…”

Facile, indolore, economico, intellettuale, chic.

E invece ancora non mi arrendo, né al caffè né alla guida.

Ma tanto il barista non lo sa.

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Una risposta a Il Caffè sociale Vol. II. Vita notturna.

  1. Dharma ha detto:

    …come ti capisco!!

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