Il caffè sociale

Vi ho mai detto che non bevo caffè?

Fino a poco tempo fa consideravo il fatto di non apprezzare la suddetta bevanda un semplice aspetto del mio essere, un insignificante dettaglio ascrivibile alla categoria gusti personali.

In seguito a recenti studi e a un’attenta analisi del contesto sociale da me condotti, ho scoperto, invece, il gusto per il caffè essere un tratto genetico fondamentale per la sopravvivenza degli esseri umani.

Frequentando un tipico ambiente di lavoro come osservatrice scientifica, sotto le mentite spoglie di una tirocinante, ho potuto constatare come la pausa caffè rappresenti un momento imprescindibile della giornata, che permette al lavoratore di rigenerarsi, staccando temporaneamente la spina dallo stress della sua attività, e costituisca, inoltre, uno strumento indispensabile nelle dinamiche dei rapporti interpersonali.

Nell’arco di pochi minuti, tra la battuta dello scontrino, l’attesa del barista, piattino e cucchiaino già pronti sul tavolo, l’arrivo della tazzina colma del fumante liquido nero e il conclusivo sorseggiamento, l’essere umano scambia quattro chiacchiere coi suoi simili, solitamente banali considerazioni sul clima, sul lavoro o sull’ultimo pettegolezzo (il tempo a disposizione non permette di approfondire nessun argomento), finge interesse per lo stato di salute dell’interlocutore e della sua famiglia (“Oh Carissimo! Come stai?”, “E a casa tutto bene?”), si rilassa e, allo stesso tempo, consolida la sua posizione nella classe sociale.

Il costo irrisorio di questa abitudine permette, altresì, il reiterarsi del cerimoniale più volte al giorno.

Offro io.

Chi, come me, (pur apprezzando broccoli, radicchio et similia) non possiede il gene del gusto per la caffeina ed è rimasto ancorato alla fase infantile dell’avoluzione umana del palato, si trova spesso nell’imbarazzante situazione dell’invito al bar, combattuto tra il rifiutare la proposta dei “colleghi” di unirsi a loro, rischiando di risultare asociale, altezzoso e spilorcio, e l’accettare l’offerta, seguirli, e una volta a destinazione violare il patto sociale ordinando un succo di frutta, stupendo e offendendo gli astanti.

La scelta della prima ipotesi ha come conseguenza a lungo termine, l’abbandono e il rifiuto del soggetto che, al terzo rifiuto di invito, verrà definitivamante escluso dal gruppo, dalle conversazioni sul tempo che fa, dalle battute sul ragioniere, dai pettegolezzi sul capo e la sua segretaria; diventerà quindi un emarginato, un reietto della società oggetto di scherno.

Similmente, optare per la seconda soluzione crea non pochi problemi. Il primo si verifica nel momento in cui si accetta di unirsi alla massa e, una volta al bar, un esemplare della specie si offre per pagare e pone la domanda retorica: “Cosa prendi?” aspettando quella che dovrebbe essere l’ovvia risposta: “Un Caffé” ma che, purtroppo, non può ottenere dal soggetto refrattario alla caffeina.

Un succo di frutta.

Il generoso collega guarda di sottecchi l’eversivo approfittatore, infila nuovamente la mano in tasca, cerca qualche altra moneta e paga in silenzio stando sospeso tra il perplesso e l’infastidito. Nel mentre, il ribelle umiliato, tra sè pensa: la prossima volta offro io.

Anche usufruendo di questa postilla alla seconda legge le difficoltà non mancano.

Se si sceglie di mantenere la linea del Succo Di Frutta, a dispetto dell’uso comune, pur pagando il caffè per tutti i clienti del bar, si perde il vantaggio fondamentale, alla base del rito stesso, della brevità del gesto. Il soggetto si ritroverà, perciò, costretto a lottare contro il tempo, nel tentativo di terminare il suo ACE più in fretta possibile, ma non riuscendo, comunque, ad evitare che i compagni si ritrovino ad aspettarlo in piedi, vicino all’uscita, e che lo considerino un fannullone indolente. 

Ne consegue che, per la rara specie (potrei esserne l’ultimo esemplare rimasto) di individui che a ventinove anni non hanno ancora sviluppato il gusto per il caffè, l’unica possibilità di sopravvivenza sia l’adattamento.

Il primo passo di questo processo sarà ordinare la famigerata tazzina, saturare la bevanda con 5 bustine di zucchero per cammuffare quell’insopportabile sapore amaro, cercare di cancellarlo con una mezza d’acqua, evitare smorfie di disgusto per quell’ancor più insopportabile retrogusto che l’acqua non fa che accentuare, e fingere di apprezzare il rito pur di essere accettati dalla comunità.

Per chi ancora, come me, rifiutasse l’adattamento l’unica soluzione è il suicidio sociale.

Ad ogni modo l’estinzione della specie risulta inevitabile.

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3 risposte a Il caffè sociale

  1. Cinzia ha detto:

    Io sto con il succo di frutta 😀 come ti capisco!!!!

  2. Io Invece Appartengo al partito del Caffè! Convertitevi! 😀

  3. Michela Corrias ha detto:

    ti consiglio il caffè d’orzo…molto più consono al tuo palato adolescenziale!anch’io devio sull’orzo…;)

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