Lido Senilità.

– Buongiorno!
– Buongiorno!
– Oggi non c’è la signora Teresa?
– Sì, non l’ha vista? È al solito posto, in fondo, vicino ai pini.

Sono le otto e trenta. Al Lido Senilità gli avventori abituali hanno già preso posizione.

Il Lido Senilità è una spiaggia accogliente e discreta, con un sacco di qualità. È facile da raggiungere e ha un ampio parcheggio gratuito a due passi dal mare, la sabbia – quasi chiara – viene pulita ogni giorno, e quando soffia il maestrale l’acqua è quasi cristallina.

Insomma, siamo sinceri, il Lido Senilità non è bello… è simpatico. È una spiaggia libera ma con uno schema che si ripete fisso, da anni: il 4-4-2 degli ombrelloni. Chi è solito frequentarla, infatti, è pure solito piazzare il suo sdraio sempre nello stesso posto. L’età media è alta e i cattivi pensieri corrono veloci quando manca qualcuno all’appello.

– Buongiorno!
– Buongiorno!
– Stavo parlando col signor Piero; adesso saluto il signor Carlo e poi vado a fare il bagno.

Il signor Antonio si appresta a concludere il suo consueto giro di convenevoli prima di tuffarsi.

– Aspetti, l’aiuto io!

Quando al Lido Senilità arrivano nuovi bagnanti, il signor Franco, di vedetta, è pronto a correre in loro soccorso. Percepisce a distanza il cigolio di ginocchia che si piegano a piantare ombrelloni, e appena scorge un approccio a mani nude o con una misera paletta giocattolo alla dura superficie del terreno, subito si fionda a dare manforte. Si è costruito un attrezzo apposta per agevolare l’operazione ed è ben lieto di condividerlo con tutta la spiaggia, purché sia lui a mostrarlo in azione.

– Grazie, davvero gentile! L’ha fatto lei? Che bella invenzione!

Il signor Franco non aspetta altro. Come un padre orgoglioso, inizia a cantare le lodi della sua creatura: un tubo di ferro pitturato di verde con una barra trasversale e una punta a levatorsolo che affonda nella sabbia che è una meraviglia. È un mito ancestrale, quello dell’amore tra il pensionato e il fai da te.

– Buongiorno!
– Buongiorno!
– Vado dalla signora Maria, le chiedo se vuole fare il bagno.

La signora Teresa è una donna di circa …tant’anni, ma non si dice l’età di una signora. Ha i capelli colorazione numero 1, nero corvino, le braccia di un lottatore di sumo e la pelle scura e accartocciata di chi inizia la stagione a maggio. Sopra ogni cosa, la signora Teresa è una cara persona. Maria ha un ginocchio malandato e lei lo sa bene perché è da qualche anno che il Lido Senilità le ha rese amiche. Per questo, ogni mattina, si dirige al suo ombrellone: per darle una mano, anzi due braccia, per aiutarla a sollevarsi dalla sua seggiola, accompagnarla alla riva, sostenerla in acqua, ricondurla alla sua seggiola e legarsi a lei un altro po’.

– Però, non correre!

Eh sì, al Lido Senilità ci sono anche i bambini. Con i nonni, è chiaro.

Marco ha tre anni, una testa fitta fitta di minuscoli riccioli e due gambe con i geni di Usain Bolt. Inventa di elefanti che si arrampicano sugli alberi e nuotano assieme lui. Non si sa bene cosa capiti nella sua mente ma all’improvviso succede che Marco inizia a correre forte; chissà se per inseguire l’elefante o per scappare dalla sua proboscide. Va davvero veloce e la nonna, che già se l’aspettava, pronta, ai blocchi di partenza, con un misto di disperazione e rassegnazione, prova ad andargli dietro, più con lo sguardo che con le gambe. Finisce sempre che tornano: lui con una punizione, lei con una promessa di non farlo mai più infranta il giorno seguente.

– Buongiorno!
– Buongiorno.
– Siamo un po’ stretti… non c’è più posto…
– Non si preoccupi, noi tra poco andiamo via.

Al Lido senilità non tutti sono mattinieri. Sono le undici quando la signora Annalisa si avvicina il più possibile alla riva per stendere il suo asciugamano. Chiede scusa ma, in realtà, non si preoccupa affatto di sistemarsi in un fazzoletto tra due ombrelloni. È sola, e con sé porta soltanto un telo e una borsa di olii abbronzanti. È una patita della tintarella e pare che a lei il consiglio di non stare al sole nelle ore più calde non sia arrivato. Si sforza in ogni modo di mascherare il tempo passato sulla sua pelle. Ha una folta chioma bionda da Barbie decadente che tiene raccolta in un turbante, e labbra come Big Babol: per colore e consistenza.

Ci sono anche due badanti polacche al Lido Senilità, ma solo una volta alla settimana.

– Buongiorno!
– Salve.
– Cos’hai?
– Niente, sono un po’ stanca.
– Eh, stanca alla tua età?! Quando ero giovane io…

E poi, al Lido Senilità, ci sono io.

Io con la mia borsa di pigrizia e asocialità. Io con la sciatica che mi rigiro dolorante, sul mio asciugamano fuxia, alla ricerca di una posizione che non mi faccia soffrire. E vaglielo a spiegare, alla coppia che fa 163 anni in due, che alla mia età già peno per la schiena. Io con la mia pelle latte acido e la ricrescita sulle gambe ché tanto chi mi guarda. Io con la crema protettiva e la Settimana Enigmistica ingiallita dal sole. Io che faccio lunghe passeggiate ché dicono che l’acqua di mare faccia bene per la cellulite. Io che prendo appunti.

Io, nella migliore versione anacronistica di me.

– Arrivederci!
– Arrivederci! Andate via?
– Eh sì, lo stomaco inizia a reclamare. Voi restate ancora?
– Solo cinque minuti, anche per noi è ora di andare.

È mezzogiorno. Al Lido Senilità non è rimasto quasi più nessuno. Neppure io.

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Faccende domestiche

Io odio spolverare.

Di tutte le faccende domestiche è quella che faccio più controvoglia. Aspetto che la polvere manifesti con prepotenza la sua esistenza, che si depositi sui mobili della mia stanza formando uno strato soffice, grigio e lanoso, e che diventi fastidiosa per occhi, mani e naso, prima di decidere di eliminarla, tra uno starnuto e l’altro, a colpi di straccio. Di solito, poi, quando lo faccio, lo faccio pure male. Quasi mai è una pulizia profonda. Il panno arriva fin dove arriva lo sguardo. Sfiora libri e soprammobili. Evita le mensole più alte, l’ultimo ripiano della libreria e tutto ciò che non è immediatamente a portata del mio cortissimo braccio. Non sia mai che salga su una sedia per pulire sopra l’armadio!

Eppure, nonostante detesti farlo, ci sono giorni in cui la mano che tiene lo straccio si spinge in maniera autonoma oltre l’angolo di visuale. Decide di scavare sotto la superficie, di cancellare lo sporco anche da quei posticini nascosti, quelli che tanto non li vede nessuno. Non vuole limitarsi a sfiorare le copertine e inizia a sfilare i libri, a sfogliarli per togliere i granelli da sopra le pagine. Apre i cassetti per eliminare la polvere intrappolata lungo i bordi e sposta vecchie scatole di scarpe che, lei lo sa benissimo, in realtà contengono ricordi. Il suo scopo è mettere ordine, disfarsi di ogni inutile cianfrusaglia accumula-polvere.

Per farlo mi precipitata in un buco nero che fagocita minuti, ore.

Mi trovo davanti la classica capsula del tempo, quella che, di solito, nei film americani viene nascosta in una buca scavata nel giardino di casa, sotto un grande albero. La mia è sepolta sotto un mucchio di ciabatte e pantofole.

Ricordo a grandi linee cosa contiene. Di sicuro un quaderno che avevo utilizzato come una sorta di diario. So di aver scritto solo poche pagine e penso di strapparle per riutilizzarlo. Era un bel quaderno, un regalo, è un peccato tenerlo nascosto. Apro la scatola soprattutto per questo.

La prima cosa che trovo, però, non è il quaderno ma un’altra scatola, di plastica, a forma di cuore. Un tempo conteneva cioccolatini.

La seconda un compasso.

Sotto questo primo strato di detriti grossolani e male assortiti ne scopro uno molto più omogeneo fatto di lettere, cartoline, biglietti e ritagli di giornale. Una montagnetta di carta che non posso ignorare. Inizio con le cartoline e un sorriso si allarga sulla mia faccia.

Evito le lettere, mi riporterebbero indietro di 20 anni e me ne ruberebbero altrettanti. Do una veloce occhiata ai ritagli di giornale. Foto e articoli del mio idolo calcistico dell’epoca, gelosamente custoditi in una bustina trasparente. Sospiro e rimetto ogni pezzetto di carta al suo posto, come l’ho trovato.

Alla fine, dal fondo della scatola, prendo il quaderno. Non mi sbagliavo. Ne ho usato una decina di pagine appena. Nell’aprirlo scopro persino un paio di foto di quando non ero né carne né pesce, ma di certo un degno membro della famiglia dei mitili. È passato abbastanza tempo da riuscire a guardarle con tenerezza ma non così tanto da accettare che qualcun’altro possa vederle. Le ricaccio in mezzo alle pagine.

Seduta a gambe incrociate sul pavimento, inizio a leggere saltando tra le righe, senza un ordine ben preciso; combattuta tra l’andare avanti con la pulizia di fondo e il lasciare che polvere e ragnatele continuino ad ovattare i miei ricordi.

Tra citazioni e stralci di canzoni multicolore, ritrovo le mie parole. Le leggo controvoglia. Non sono mai stata un’amante del diario segreto e questo quaderno ne è la prova. Non ho mai pensato al foglio bianco come a un luogo in cui nascondermi.

Lo stile è quello fumoso e contorto dei reticenti. Riesco comunque a rivedere quel periodo. Un po’ mi fa piacere, un po’ no.

Chiudo il quaderno. L’intenzione di strapparne le pagine e riciclarlo è svanita. Lo rimetto sul fondo della scatola. Lo ricopro con lettere, cartoline e scatola a forma di cuore. Rimetto tutto a posto. Tutto. Persino il compasso. Non ho più voglia di fare ordine. Le uniche cose che finiscono nel bidone della spazzatura sono due biglietti del pullman e il cartoncino pubblicitario di un negozio di biciclette. È passata un’ora. Raccolgo lo straccio e provo a finire ciò che avevo iniziato.

Io odio spolverare.

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Viaggi nel tempo

Adoro il potere delle canzoni di legarsi a filo doppio a precisi istanti della mia vita. Mi sorprende sempre la loro capacità di spalancare finestre dentro il mio cervello. Aprono cassetti che non sapevo nemmeno di avere chiuso e riportano alla mente immagini del passato con una nitidezza e una precisione inaspettata.

Muovono un senso di meraviglia da gioco di prestigio. E il sorriso si accende perché mi trovo di nuovo lì, in quel luogo, in quell’esatto momento.

È una macchina del tempo che si mette in moto con le canzoni più disparate, che dicono tutto e il contrario di tutto della mia infanzia e dei miei gusti in fatto di musica.

Una magia che mi riporta a una data qualsiasi del calendario a rivivere l’infinità di dettagli trascurabili che formano la mia esistenza.

Sono diapositive d’estate:

Gianna Nannini canta Profumo e io ho di nuovo otto anni. Sono sul sedile posteriore della Polo blu di mio padre di rientro da una giornata al mare, a Santa Margherita. Avremo ascoltato quella cassetta migliaia di volte, in migliaia di altri viaggi, di certo anche andandoci, verso il mare. Allora, perché proprio il rientro?

Poi, un suono quasi impercettibile, come di un dito su un vetro, si trasforma nella fotografia di un gesto fulmineo: il braccio di mio padre che scaraventa I maschi fuori dal finestrino. (Eccesso di difesa personale; il cliente ha agito d’impulso per salvare la vita della sua nuova autoradio dalla cassetta rea di aver minacciato di incepparsi. Il fatto è caduto in prescrizione.)

Adesso a cantare sono Franco IV e Franco I. Li conoscete? Nemmeno io. Ma per dovere di completezza ho cercato su Google gli autori della canzone in oggetto: Ho scritto t’amo sulla sabbia, ennesima perla del mio campionario musicale. Sono di nuovo in viaggio, questa volta di rientro dal Poetto. Ignoro la mia età ma rivedo chiaramente la cassetta con un grosso 60 stampato sopra, omaggio del Tv, sorrisi e canzoni, morta di morte di naturale.

Sulle note di Dream on dei Radiohead, invece, torno diciottenne. Sono con i miei compagni di classe. Abbiamo cenato a Calasetta e ora stiamo camminando sulla strada buia e deserta che riporta alla villetta della prima vacanza senza i miei. Iniziamo a cantarla assieme, attacchiamo nello stesso istante, senza nessun preavviso. E ridiamo.

Ancora un ritorno. Se è vero che tre indizi fanno una prova, all’andata dormivo.

Ma non tutti i ricordi portano al mare.

Un’altra cassetta, creata apposta da mio fratello, suona una sola canzone: Carrie degli Europe. Adesso sono in terza media, sul tappeto della camera dei miei, ai piedi del letto. La radio sul pavimento accompagna la mia coreografia per il compito di educazione fisica. Provo e riprovo la capovolta sulla spalla con scarsissimi risultati e mando anatemi e alla mia prof per l’inutile tortura e l’umiliazione certa. Tutt’ora.

L’elenco potrebbe andare avanti all’infinito ma non voglio essere io a scavare nel passato. La magia sorprende quando arriva inaspettata.

Così è quando dopo vent’anni i Sottotono si ripresentano alla mia porta cantando Solo lei ha quel che voglio. Sono di nuovo tredicenne e di nuovo in auto. Stavolta, a guidare, è il mio allenatore di pallavolo e viaggio con altre compagne di squadra. È domenica, giochiamo in trasferta non so dove. Ho la testa poggiata sul finestrino e sento questa canzone per la prima volta.

Non immagino affatto, e nemmeno i Sottotono, che sarà per sempre la colonna sonora di quell’istante e che quando la riascolterò, il 19 aprile 2017, rivedrò quell’auto e il mio allenatore; e poi il suo vice, la cassetta con quel brano che mi diede prima di un allenamento, il palazzetto in cui mi allenavo, le mie compagne di squadra, le partite, Mila e Shiro e tutta la mia adolescenza, e sull’ultima nota mi chiederò perché mai una parte del mio cervello sia occupata da questo ricordo e non potrò fare a meno di scriverlo sulle pagine del mio blog.

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C’era Linus a casa mia.

Stanotte ho sognato

Ho deciso di inaugurare una rubrica dedicata ai miei sogni.

Fermi: non scappate, niente di sdolcinato, non è nel mio stile. Non parlo di sogni ad occhi aperti, desideri nel cassetto e melasse varie. No, intendo proprio i sogni che produco in totale stato di incoscienza, quelli che la mattina mi fanno dubitare della mia sanità mentale, ma allo stesso tempo mi strappano un sorriso compiaciuto. Quei sogni che mi fanno venire voglia di stringermi la mano, darmi una pacca sulla spalla e dire: “Brava!  Se puoi scrivere trame così assurde, avvincenti e complesse ad occhi chiusi, chissà cosa riuscirai a fare quando li avrai aperti.”

Finora niente, ma non demordo.

Mi capita spesso di sentire il bisogno di scrivere ma non avere niente da dire. Ora, finalmente, l’ispirazione è arrivata. Ho realizzato di essere seduta o, meglio, sdraiata su una miniera inesauribile di storie incredibili. Thriller demenziali, horror strappalacrime, commedie ansiogene, tragedie ridicole. E non ho invertito gli aggettivi per sbaglio. A volte con finali a sorpresa, più spesso senza un finale ma con un brusco risveglio.

Bene, è giunto il momento di mostrare al mondo questa dote e sfruttarla a mio vantaggio. Se ci fosse un bravo analista in sala, io sono qui.

Giuro di dire tutta la verità, cioè, giuro che i fatti sono realmente accaduti, uff…insomma, giuro di riportare fedelmente i fatti sognati.

Ogni trama richiama a sé il suo stile narrativo. Quello dei sogni inizia così:

Stanotte ho sognato che…c’era Linus a casa mia. Il deejay, non quello con la coperta.

Parlava con una voce piuttosto rauca perché la sera prima c’era stata la festa per il compleanno della radio e forse aveva cantato e urlato un po’ troppo. Stava seduto sul divano della mia cucina e dal telefono mostrava alcuni video della serata a un gruppetto di persone che gli stava attorno. Chi fossero e cosa facessero questi, a casa mia, lo ignoro.

Allo spettacolo io non c’ero stata. Ma non perché la festa fosse a Torino e io nel mio sardo paesello. No, non c’ero stata perché avevo avuto il compito di controllargli la casa mentre lui era sul palco, di fare la guardia alla sua proprietà. È ovvio.

E mentre lui raccontava e commentava le immagini che continuavano a scorrere sullo schermo, io, in disparte, poggiata allo stipite della porta, pensavo: “l’anno prossimo, se dovesse richiedermelo, gli dico di no, non ci vado a guardargli la casa. Voglio andare anch’io alla festa!”

Fine.

Appena sveglia sembrava un’idea migliore.

 

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Vita senza internet

Dal diario di Laura Supertramp.

Mercoledì 14 dicembre 2016: tredicesimo giorno della mia vita senza linea telefonica. Sola, su un pullmino sfasciato, nel bel mezzo di una landa ghiacciata, con un’offerta da 500 MB settimanali per il mobile. Ho già consumato l’80% del traffico di questa settimana e fino a domenica non ne riceverò di nuovo. Inizio ad avere le allucinazioni. Mi sembra di sentire l’eco di tutti i supplichevoli “Torna!” della Vodafone che ho ignorato negli ultimi mesi. La carenza di input da pc sta causando una sovrapproduzione di scenari terrificanti.

Tutto ciò che fino ad ora ho sempre dato per scontato, quell’errare spensierata da un sito all’altro, quello scorrere infinito di video di cuccioli su Instagram, quei megabyte che il wifi ha sempre reso superflui, ora mancano più dell’acqua in un deserto.

All’improvviso ogni risorsa legata alla rete è diventata di vitale importanza. Non posso fare a meno di conoscere l’età del tizio qualunque che sta andando in onda in questo istante. Ho un’impellente necessità di sapere come si curano gli acufeni. Devo cercare la ricetta dei linzer cookies: no, non basta, voglio un tutorial di due ore che spieghi nel dettaglio, dalla rottura del guscio d’uovo all’inserimento della teglia nel forno, come farli. Sento persino il desiderio urgente di seguire qualche modulo Fad. Ma, più di ogni altra cosa, devo assolutamente controllare gli Insights di Facebook.

A rendere il quadro ancora più apocalittico, il Natale che incombe.

Se c’è un periodo dell’anno in cui non si dovrebbe restare senza internet è proprio questo.

La mia esistenza si suddivide in anni Avanti Amazon e Dopo Amazon. Da quando è entrato nella mia vita, il mio rapporto con gli acquisti natalizi è del tutto cambiato. Non posso più fare a meno delle sue stelline. Finora ho sempre fatto tutto dal pc e in questi giorni di isolamento forzato ho dovuto limitarmi alle operazioni minime consentite dal mio misero smartphone.

Ieri, però, in preda alla disperazione, con la faccia incollata a quel minuscolo schermo, ho fatto un acquisto. Ho cercato per un’ora gli articoli giusti, controllando di continuo i dati consumati. Ho riempito il carrello e mi sono preparata per pagare. Prima, ovviamente, ho dovuto scaricare un’applicazione della banca che fino a quel momento era sempre stata inutile. 47 recensioni e una media di tre stelline. Non promette niente di buono e mi fa temere per le sorti del mio acquisto. Il tempo passa e il traffico pure. Finalmente riesco nell’impresa e all’ultimo passaggio i miei regali non sono più disponibili.

Cerco di non imprecare e di trasformare tutto il mio odio per la Telecom in energia positiva, nella speranza che gli articoli tornino presto disponibili. Entro ed esco dalla pagina almeno sei volte e alla fine la fortuna mi assiste. Porto a termine la transazione. A fine serata, quando spengo il telefono, mi rimane poco più del venti per cento dei dati.

Adesso, in quest’arida terra non connessa e col terrore di restare isolata a vita, mi trovo a centellinare le mie sortite su Google e a elemosinare la rete dagli amici.

Affido questo mio ultimo post a un piccione viaggiatore perché sento di dover lasciare una traccia della mia storia.

La felicità non è reale se non hai due giga di internet al giorno sul telefono.

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Weekend a Parma. La mia versione dei fatti. Epilogo.

Domenica. Il giorno del tour nel parmense.

La sveglia alle sette arriva come un cazzotto in piena faccia: non ho idea di dove mi trovi, cosa stia succedendo e chi possa volermi così male da infliggermi questa sofferenza. Le ore di sonno si sono ridotte ulteriormente, le mie occhiaie non mentono. Cerco di limitare i danni con doccia e fondotinta e di tenermi sveglia col pensiero di una tazza di tè e di una colazione lenta.

Le nostre valige sono già pronte, stiamo per lasciare l’albergo e nel pomeriggio saluteremo anche Parma.

Questi ultimi giorni sono stati un concentrato di intensità. Tutta la gamma di esperienze che si possono provare in un intero ciclo scolastico, racchiuse in un unico fine settimana: dall’ansia del primo giorno di scuola, all’ansia dell’esame di fine anno passando per conviviali e abbondanti merende.

Ora, manca solo la gita.

Ricontrollo la stanza tre volte prima di chiudermi la porta alle spalle e uscire, di nuovo con il trolley al seguito. L’appuntamento è alle 8:45 in una via che non aspettatevi che sappia come si chiama. Abbiamo tempo per la nostra agognata colazione. Passiamo davanti a un bar carino, accogliente, davvero invitante, ma non ci fermiamo. Siamo ancora distanti, meglio andare in un posto più vicino al punto di ritrovo.

Eccola: la seconda peggiore idea di tutto il weekend. È domenica, non incontreremo mai più un altro bar aperto.

Saliamo sul pullman deluse e imbronciate. Fame, stanchezza e assenza di caffeina non sono certo le compagne di viaggio ideali, ma resto positiva: ci fermeremo presto e una volta a destinazione troveremo un posto per rifocillarci.

Provo ad entrare in clima tour. Negli ultimi mesi ho avuto modo di fantasticarci parecchio. La mia testolina è piuttosto brava nell’arte del costruire castelli in aria, anche con nulla; pensate quali opere grandiose possa essere in grado di produrre quando viene pungolata, stuzzicata e immersa per settimane in un mondo fantastico fatto di immagini di Parma, Busseto, Roncole e di tutti quei posti meravigliosi che chiamano terre verdiane. Il mio cervello sognatore non poteva che delineare un preciso scenario a fare da sfondo a questa storia.

Ora, dopo tutte queste premesse, che effetto credete possa fare sentirsi dire: “Prima tappa Ozzano Taro”?

Ozzano Taro?! Questa domenica non è certo iniziata nel migliore dei modi; aggiungete una finissima pioggerella che va ad accomodarsi dritta dentro le mie ossa ed è un attimo che il quadretto entusiasmante si trasformi in un deprimente episodio di Anna dai capelli rossi.

Ma questo è un #SDBtour, non un tour qualsiasi.

E allora partiamo. Attraversiamo la campagna parmense che dorme silenziosa sotto una sottile coperta di nebbia e in poco tempo raggiungiamo la nostra prima meta: il Museo Ettore Guatelli, non un museo qualsiasi, ovviamente. Un vecchio podere che accoglie una collezione di 60.000 oggetti d’uso comune legati alla vita contadina, trasformati in una gigantesca opera d’arte srotolata su pareti e soffitti. Il risultato di una mente visionaria e geniale, il racconto di una storia senza tempo di tradizioni e quotidianità.

La prima parte della mattina fugge veloce, col naso all’insù ad immaginare le vite dietro quelle migliaia di utensili.

Risaliamo sul pullman e proseguiamo con il nostro itinerario. Seconda tappa: il Museo del Pomodoro e il Museo della Pasta. In breve, fenomenologia degli ingredienti alla base di ogni mio pasto dal post-biberon a oggi. Come non restarne affascinati. Se non fosse che è passato mezzogiorno, la tanto attesa colazione non è mai arrivata, e ad ogni immagine di fusillo, rigatone e pennetta le mie gambe mostrano segni di cedimento.

Ma non c’è tempo per struggersi, salutiamo il paradiso dei carboidrati e siamo di nuovo in viaggio per la terza tappa del tour: l’azienda vitivinicola Monte delle Vigne. Tutto in questo posto, dalle colline circostanti ai filari ordinati, dai racconti sulla maturazione ai nomi dei vini, dalle botti di rovere ai calici panciuti, proprio tutto, qui, mi fa rimpiangere di essere astemia. E mi ricorda che sto morendo di fame. Per fortuna arriva anche il momento della degustazione. Pasteggio, neanche a dirlo, con parmigiano e salumi e innaffio il tutto con fiumi di acqua naturale, lanciando sguardi supplichevoli di perdono alle organizzatrici.

La nostra gita è conclusa, dobbiamo rimetterci in cammino verso l’ultima meta: la stazione.

L’ansia da treno in partenza rende i saluti sbrigativi e li alleggerisce della tristezza da epilogo. Fermiamo quell’attimo in una foto di gruppo, prima di separarci e correre al binario. Solo due lunghi abbracci a chi più di tutti ha contribuito a rendere memorabile questa esperienza, e si parte.

Prendo posto. Il mio vorticoso weekend è giunto al termine. Guardo fuori dal finestrino.

Chissà com’è Parma…

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Weekend a Parma. La mia versione dei fatti. Capitolo II

Sabato.

Il giorno dei project work.

La sveglia suona alle 6:30. Ho dormito appena quattro ore.

Questo strano vortice che chiamano #SDBAwards sembra avere il potere di distorcere la realtà: amplifica le emozioni, riduce le distanze, dilata i tempi. Tranne le ore di sonno: quelle restano sempre quattro.

Per una delle mie compagne è già tempo di ripartire. Quella diffidenza iniziale si è trasformata, chissà come e quando, in stima e affetto. Saranno stati i pettegolezzi in auto o gli aneddoti sul Casu Marzu ad averci avvicinate. O magari l’avermi vista in ginocchio, con la mia spugna rosa tra le mani, nel disperato tentativo di eliminare una colata di shampoo dalla maglia che avrei dovuto indossare la mattina dopo.

Fatto sta che una volta sveglia, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali e del tutto consapevole delle conseguenze a cui vado incontro, azzardo: “non abbiamo nemmeno una foto assieme”. In quelle condizioni, in pigiama e con mezza faccia ancora attaccata al cuscino è un’innegabile dimostrazione di amicizia. Scattiamo una decina di foto prima di arrenderci all’evidenza: meglio di così non vengono, neppure col filtro bellezza.

Ci salutiamo, tutte e tre sinceramente dispiaciute di doverlo fare così presto. È un attimo. Il tempo di realizzare che siamo rimaste in due e veniamo riassorbite dal vortice dei progetti. La mia compagna ripassa il suo discorso per l’esposizione. Io, al momento, continuo a pensare alla maglia.

Otto e trenta, minuto più, minuto…più, lasciamo l’albergo: direzione Workout Pasubio. All’interno fervono i preparativi, stiamo per iniziare e ancora nessun segno di agitazione. Secondo il programma, io e i miei compagni presenteremo il nostro progetto alle 15:45. L’ultima volta che sono salita su un palco avevo quattro anni, dovevo recitare la poesia per la festa della mamma davanti a un’intera platea di genitori. Ho esordito con “non me la ricordo più” e sono scoppiata a piangere. Speriamo che stavolta vada meglio.

Riesco a godermi l’intera mattinata, ad ascoltare i progetti altrui e a socializzare. Aumentano le interazioni che vanno oltre il ciao. Non tengo più il conto dei compagni, continuano a saltarne fuori di nuovi, e spesso mi trovo a cercare conferme: “ma anche lui/lei è in classe con noi?” Maledette foto profilo…

Andiamo in pausa pranzo. È il momento del social picnic: una tavolata di prodotti tipici portati direttamente dagli sqcuolari, un trionfo di salumi, formaggi e dolci, provenienti da ogni parte d’Italia. Assaggio tre regioni – la mia aspettativa di vita si riduce di un anno a ragione – e sono già sazia.

Il tempo scorre veloce, si riprende con gli interventi. Indosso la maglia della SQcuola e assieme all’abito cambio le preoccupazioni: dallo shampoo all’esposizione. Facciamo una prova assieme alla nostra tutor. Siamo pronti. Ci accomodiamo sul divanetto verde ad ascoltare e commentare il gruppo che ci precede. Faccio uno sforzo immane per restare concentrata sul loro discorso e non pensare al mio.

È il nostro turno. A me il compito di introdurre il progetto. Seguo le slide e il mio copione fila rapido e indolore. Lascio il microfono come fosse una patata bollente e cedo la parola alla mia compagna. Un attimo dopo realizzo di avere dimenticato una parte del discorso. Troppo tardi. Non dico niente. E non mi metto a piangere. Sto migliorando.

Dopo la presentazione c’è spazio per un breve dibattito, troppo breve, come tutto in questi giorni. Vorrei andare avanti a discutere ma dobbiamo cedere il palco ad un altro gruppo. Non importa, abbiamo scollinato. Da qui in avanti è tutta discesa.

Alle 18:30, nella sala, si vedono solo facce sorridenti, meglio così per le foto di gruppo. I project work sono finiti e abbiamo un paio d’ore per rilassarci e prepararci per la serata. Io e la mia compagna facciamo due passi prima di rientrare in albergo. Ce la prendiamo comoda, un po’ troppo forse. Arriviamo al ristorante per ultime.

Sediamo assieme ad ex-alunni, tutor e prof, e la cena ha inizio. Tra me e la torta fritta è amore a prima vista. Solo con l’antipasto di salumi perdo cinque anni di vita e tra i tagliolini col culatello e i tortelli alle erbette altri due. Mi gioco la quantità di grassi di tutto il 2017 ma ne vale davvero la pena.

Per il dopocena ci viene proposto un interessante campionario di alternative, balere e circolo bocce compresi; così, terminati i brindisi in rima baciata, possiamo finalmente andare a conoscere Parma.

Non aspettavo altro.

Percorriamo una strada che non so come si chiama e sbuchiamo su una piazza che non so come si chiama. Carina, però. Io e la mia compagna ci fermiamo per farci qualche foto. Forse è meglio se ci voltiamo e riprendiamo la piazza piuttosto che l’impalcatura alle nostre spalle, suggerisco. Ottima idea. Ci giriamo. Scattiamo. Ridiamo un po’. Ci rigiriamo. E il nostro gruppo è scomparso. Davanti a noi tre strade e nessuno in vista. Ne prendiamo una a caso sperando sia quella giusta. Vediamo qualcuno in lontananza, aumentiamo il passo. Sono loro, siamo salve. E siamo su un’altra piazza che non so come si chiama.

Si sono fatte le tre. Quel variegato ventaglio di proposte entusiasmanti per il dopocena si è ridotto ad una sola opzione: andare a dormire.

Ok Parma, ci riproviamo domani.

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Weekend a Parma. La mia versione dei fatti.

Capitolo I

Sono un’abitudinaria patologica, si sa, e i miei viaggi si somigliano sempre un po’ tutti. Basta un’occhiata a questo vecchio post per capire la gravità della situazione.

Dai preparativi al ritorno a casa, elementi fissi e imprescindibili si ripetono come intere macro-sequenze: incubi, spazzolini, caramelle, ombrelli, ritmi frenetici, occhi sbarrati, occhi sognanti, occhi tristi e sconsolati.

È andata così anche stavolta. E non ci sarebbe nulla da raccontare se non fosse per un’enorme differenza: è il mio primo viaggio in solitaria.

Il motivo della partenza, gli #SDBAwards: tre giorni immersivi nel mondo del social media marketing, tra conferenze, presentazione di progetti e tour nel parmense.

Venerdì.

La notte prima del volo, come da programma, dormo poco e male. Il percorso da casa all’aeroporto lo passo a riesaminare le liste spuntate nel mio telefono. Ho fatto tutto quello che avevo scritto ma ho scritto tutto quello che dovevo fare? È un tarlo che mi rode da 24 ore.

Il controllo bagagli è il momento di maggiore ansia. Nella mia valigia un pezzo di pecorino aspetta di sapere se riuscirà a salire sull’aereo. Per fortuna fila tutto liscio.

Atterrata a Parma mi limito a seguire la massa e a copiare dagli altri. Salgo sul bus che mi porterà in centro; la familiarità con i mezzi pubblici mi tranquillizza. Scendo alla fermata della stazione e inizio a trascinare il mio trolley. Con la mano libera imposto il navigatore sul telefono. Prima di capire quale direzione prendere ne provo due o tre osservando le reazioni del puntatore.

Ok, sono sulla strada giusta. Con un occhio alla mappa, uno alla borsa e uno alla valigia – no, un attimo, gli occhi sono solo due! Vabbè, rinuncio a guardare la borsa – mi dirigo verso la mia destinazione.

Le temperature, che dovevano essere polari secondo gli abitanti della zona e secondo ilmeteopuntoit, sono decisamente più alte e la coperta camuffata da sciarpa sulle mie spalle, unita al mezzo chilo di ansia che mi porto in tasca, inizia a farmi sudare. Dieci minuti di camminata veloce con trolley al seguito sono sufficienti per farmi arrivare sfatta alla meta.

Entro. Mi iscrivo e guadagno un sempre gradito blocchetto per gli appunti. Lascio il bagaglio nella hall e mi siedo nella sala conferenze. Peccato siano le 12:40 e manchino venti minuti alla conclusione. Carica di adrenalina per la piccola impresa compiuta – non essermi persa – non colgo una parola del discorso del relatore. Devo sventolarmi e riprendermi dallo stordimento generale. Mentre cerco di ambientarmi il navigatore annuncia ai presenti che sono arrivata a destinazione.

Cinque secondi di puro imbarazzo.

Passati.

Inizio a studiare i volti dei presenti cercando quei 42 compagni di classe di cui conosco solo la versione facebookiana. Provo a ricollegare facce reali e foto profilo. Anche ricordare i nomi non sarebbe male.

Individuo quelle con cui dividerò la camera per i prossimi due giorni e terminata la conferenza mi avvicino sorridente per presentarmi. Lo sguardo terrorizzato di una delle due mi invita a fornire rassicurazioni. Sperando che legga il labiale a distanza, le dico: “sono la tua compagna di stanza!”.

Non abbiamo molto tempo per i convenevoli. I seminari riprenderanno alle 14:30 e dobbiamo rifocillarci. Ci spostiamo in una tavola calda poco distante dove mangio le mie prime fette di prosciutto crudo del weekend. Tra il tragitto, una capatina in bagno, il pasto e la fila davanti alla cassa, riesco a parlare con sei persone; me ne mancano solo 36. La mia compagna di stanza continua, a ragione, a guardarmi con diffidenza ma riuscirò a convincerla che sì, sono un po’ pazza ma inoffensiva.

Torniamo in sala conferenze e dopo un solo intervento devo nuovamente abbandonare la stanza. I miei compagni di progetto mi aspettano, abbiamo una presentazione da terminare. Lavoriamo fino alle 18, perdiamo tutti gli interventi e ci riuniamo al gruppo solo a manifestazione conclusa. Abbiamo giusto il tempo di posare i bagagli in albergo prima di ributtarci sui progetti. Ceniamo in ufficio, sulle scrivanie, davanti ai pc, con una fetta di pizza o una porzione di riso alla cantonese da una parte e il mouse dall’altra. Arriviamo a mezzanotte che non siamo più in grado di elaborare frasi di senso compiuto. Lasciamo le rifiniture al giorno dopo. Torniamo in albergo. Spegniamo le luci e finalmente dormiamo.

No, dormono.

Io resto sveglia fino alle due e mezza, ancora carica di adrenalina e con la pancia in subbuglio che emette gorgoglii di ogni sorta. Divido la stanza con due perfette sconosciute e questo è il mio biglietto da visita. Mi raggomitolo e cerco di attutire i rumori in ogni modo, senza ottenere risultati. Posso solo sperare che la stanchezza delle mie compagne superi le mie interferenze.

Alla fine il brontolio si placa e anch’io posso cadere tra le braccia di Morfeo.

Domani ci aspetta un’altra lunga giornata.

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Direzione carcere

Mi nutro di storie. Sono la mia linfa vitale e il mio punto di riferimento. Le cerco in tutto ciò che mi circonda, soprattutto nelle vite degli altri. Ascolto, osservo e automaticamente confronto e associo scene reali a film e romanzi.  Non riesco a farne a meno. La similitudine è la mia figura retorica preferita. Dopo l’iperbole, è chiaro.

Per questo ho sempre parlato con toni entusiastici delle ore passate sui mezzi pubblici. Non solo perché sono una pazza esaltata incline all’euforia ingiustificata, ma perché intervistare passeggeri sulla qualità del servizio si è sempre rivelata una fonte inestinguibile di racconti. Ignare dell’esame radiografico a cui in realtà venivano sottoposte, le persone si trasformavano in personaggi e le loro parole in copione. Esterno giorno, scena prima.

Arrivata alla quinta stagione, però, anche la serie più originale diventa ripetitiva e banale. La trama è stata sviscerata a fondo e gli attori, stanchi e sbiaditi, non riescono a trasmettere più nessuna emozione. Tutto quello che si poteva dire è stato detto.

Così credevo, ma mi sbagliavo.

Quest’anno gli sceneggiatori hanno superato sé stessi, hanno unito i cervelli e hanno creato una trama avvincente, ricca di drammi e colpi di scena. Per riuscirci è bastato mettere me e i miei occhi, ingenui e incoscienti, per 5 ore su una nuova linea diretta niente meno che al carcere. Wow! Prison Break mi fai un baffo!

Il risultato è stato un lungo road movie, andata e ritorno, verso un mondo parallelo dove il bene e il male si invertono, si mescolano e si confondono. Protagonisti assoluti: detenuti in libera uscita e mogli in visita.

Mi sentivo come una bambina al luna park: sguardo fisso e sorriso imbambolato. Incredula. Perché nonostante la situazione presupponesse un atteggiamento serio e maturo da entrambe le parti, l’atmosfera era insolitamente allegra e spensierata, surreale direi, con scambi di battute brillanti e sarcastiche.

È iniziato tutto con le signore che rientravano dal turno di visita. Dopo aver dato i loro giudizi sulla frequenza della linea, la pulizia e la puntualità, hanno voluto condividere con me anche le loro opinioni sul nuovo penitenziario, su quanto il precedente alloggio fosse migliore di quello attuale, sulle nuove restrizioni in merito a ciò che si può o non si può portare ai carcerati: la verdura cotta sì, cruda no; la carne di agnello no, le bistecche di maiale sì; le scarpe nuove sì, quelle vecchie no…

Mentre discorriamo come dirimpettaie di ciò che per loro è routine e per me fantascienza, il lampeggiante di una camionetta scortata da un’auto della polizia attira la nostra attenzione e sposta la conversazione sul nuovo arrivato: “ne hanno beccato un altro, dev’essere un pezzo grosso…” dicono. Non so cosa rispondere. Ma non ho nemmeno il tempo di fare congetture sui crimini più comuni che possono averlo portato fin lì (furto, omicidio…) che l’approssimarsi al bus di un uomo con due pesanti bustoni mi riporta di colpo alla realtà. “A lui non farla l’intervista, ha appena ripreso a respirare l’aria pura” è il premuroso consiglio di una delle signore. Giusto, sarebbe tempo perso, cosa vuoi che ne sappia della puntualità del servizio…penso io, cinica e pratica.

Dopo una sola corsa su quella navetta il fascino del male mi aveva conquistata. Mi giravano per la testa infiniti scenari possibili, ma mi trattenevo dal chiedere dettagli ai miei compagni di viaggio. Il mio bisogno di teatralità era già stato ampiamente soddisfatto. E ancora non era finita. Mi aspettava la corsa coi detenuti di rientro dalla libera uscita.

Avevo un compito da svolgere, però. Quindi, cartelletta alla mano, mi calavo di nuovo nel ruolo dell’intervistatrice:

Io – “Professione?”

Lui – “Delinquente incallito”.

Io – “Questa non è una professione; al massimo un hobby.”

E giù a ridere, intervistatrice e carcerato.

Eravamo solo alla terza domanda del questionario. Ma su quella linea anche i quesiti più banali sembravano diventare fonte di imbarazzo. Ha mai viaggiato senza biglietto? Per quale motivo usa il bus? Ha un mezzo di trasporto? Controlla mai gli orari sul sito o sull’app? Davanti ad ognuna di queste avevo un attimo di esitazione. E ogni volta mi stupivo delle loro risposte gentili e autoironiche.

Arrivati al carcere ci siamo salutati come vecchi amici e dati appuntamento per i prossimi rilievi, a luglio. Qualcuno ci ha tenuto a dirmi che per allora sarà già uscito.

Ultima corsa. Rientriamo, l’autobus è vuoto, ci siamo solo io e l’autista. È scesa la notte e una pioggia scrosciante. In lontananza le luci della città si fanno sempre più vicine…

Eh sì, davvero bravi stavolta gli sceneggiatori.

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Perché no?

Forse sono alla ricerca di me stessa.

Oppure sto sviluppando un’apertura mentale straordinaria.

Oppure sto impazzendo.

Non si spiegano altrimenti le scelte, oltremodo anomale, in cui mi sono imbarcata negli ultimi tempi.

Tutto è cominciato con l’iscrizione al corso da GAC (leggasi giudice arbitro di campionato).

Perché no? Mi sono detta. Sono pur sempre una tennista, se nel significato del termine rientrano anche quelli che hanno preso in mano la racchetta una decina di volte nell’ultimo anno. Non c’è niente di strano nel volere approfondire la conoscenza di questo sport, studiare i regolamenti, la casistica, le formule di campionato, la misura dei campi, l’altezza delle reti… Potrei scoprire che sono davvero portata per fare il giudice, che prendere decisioni sull’operato di giocatori irascibili è quello che ho sempre sognato, potrebbe diventare la mia professione, potrei pure fare carriera…

Niente di strano, vero? Lo pensate anche voi, vero?

Bene, supponiamo che questa ve la siate bevuta e che ancora vi fidiate delle mie capacità di discernimento.

Come la giustifico, adesso, la domanda d’iscrizione al corso da apicoltore?

Prendo sempre il tè con un cucchiaino di miele e quando ero piccola ero una fan dell’Ape Maia. Non credo sia un’argomentazione valida. Ad essere sinceri, poi, il mio preferito era Flip, la cavalletta. Ho il terrore delle punture e penso che soffocherei dentro uno di quegli scafandri gialli. Eppure è bastato un semplicissimo messaggio da un’amica, un banale “ti potrebbe interessare?” per farmi dire, ancora una volta, perché no? Potrebbe essere un’attività affascinate, il biologico è la nuova frontiera. Potrei produrre qualcosa di concreto e stare a contatto con la natura, potrebbe essere la mia vocazione, potrei eccetera eccetera…

Questa non convince neanche me.

C’è qualcosa che non va.

Ho la sindrome del “perché no”. Mi ritrovo ad errare nel web alla ricerca dei corsi più disparati: calligrafia, lettering, scrapbooking, pasticceria, latte art, panificazione e pianificazione, marketing, business plan…e a sottoscrivere ogni progetto che racchiuda in sé un barlume di prospettiva.

L’ultima conferma di questo delirio è stata accettare di fingermi esperta di comunicazione. Perché no? Si tratterebbe di scrivere slogan pubblicitari, descrizioni astratte imbottite di retorica (se possibile, grammaticalmente corrette), e occuparmi dei social di una società nascente. Fantastico! Finalmente un perché no incontestabile. Basta tenere aggiornati il sito internet, il blog, il profilo instagram…

E facebook.

Per essere l’amministratore di una pagina facebook, però, è necessario…

No, questo no, è troppo. Va contro tutti i miei propositi. È inammissibile. Intollerabile. Bisogna porre un freno a questa follia dei perché no! Nell’elenco delle iscrizioni sconsiderate non ci sarà anche questa, non può, non deve, non dovrebbe…

Perché no?

Non so più chi sono.

 

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