Sardinian Job Day

Se il mondo doveva sapere che inferno fosse il call centre degli aspirapolveri della NASA per Michela Murgia, non vedo perché non debba conoscere anche quello che sto passando io, in questo stramaledetto sistema che è il Sardinian Job Day e il suo portale dedicato, SardegnaLavoro.

Se ho deciso di scrivere di questo argomento, stavolta, non è solo per puro spirito divulgativo o per condividere l’ennesima storia tra l’horror e il dramma psicologico.

Lo faccio per impedirvi di fare i miei stessi errori e salvarvi da morte certa.

Ma, soprattutto, è per lanciare un appello, un SOS, un messaggio in una bottiglia che scrivo questo post: ho bisogno di sapere che non sono la sola in questo mondo desolante di pagine web che impiegano una vita a caricarsi. Ho bisogno di sapere che il problema non sono io; NON È COLPA MIA.

Quindi, se qualcuno là fuori ci fosse già passato e ne fosse uscito coi nervi ancora funzionanti, per favore mi faccia sapere come ha fatto, se esiste un gruppo di supporto per riprendersi da questo trauma e dove si firma per partecipare. Grazie.

Per chi invece avesse la malsana idea di iscriversi al programma, si faccia il segno della croce e si prepari ad affrontare il calvario che ora illustrerò, stazione per stazione.

Come se la condizione di disoccupato non fosse già di per sé abbastanza dolorosa, a periodi alterni mi ritrovo invischiata in questa melma nauseabonda dei siti per la ricerca del lavoro. Alterni, perché il mio fisico non regge tanta sofferenza e dopo un po’ ha bisogno di disintossicarsi da annunci improponibili per lavapiatti tirocinanti con esperienza pluriennale, conoscenza fluente di almeno quattro lingue, altezza uno e settantacinque, automuniti.

Sembra ce la mettano tutta per infierire e rendere la questione ancora più penosa e frustrante.

Fortuna che c’è il Sardinian Job Day! Il più importante evento dedicato al mercato del lavoro in Sardegna! (Questa frase l’ho copiata pari pari dal loro sito.)

Funziona più o meno così: ci si ritrova tutti in un’enorme fiera, tra seminari e convegni, a chiacchierare amabilmente del mondo del lavoro. Il fine ultimo e altissimo è quello di favorire la crescita personale e professionale dei partecipanti, ma per i poveri mortali come me, il vero fulcro di interesse – la sugna – è l’incontro tra domanda e offerta. Si finisce nella versione lavorativa del gioco delle coppie: da un lato i tronisti nei banchetti delle offerte, dall’altro gli aspiranti lavoratori che si alternano sulle sedie nella speranza di essere scelti.

Così, almeno, io me la immagino.

Per partecipare, e scoprirlo davvero, bisogna iscriversi. Basta premere sull’enorme megafono blu che urla: CANDIDATI.

Come per magia – una magia non proprio riuscita – ti ritrovi su un’altra pagina che dice che per accedere agli annunci dedicati al Sardinian Job Day devi essere registrato al SIL. Ed ecco che vieni catapultato nel fantastico mondo di SardegnaLavoro!

Prima stazione e primo consiglio: il nome utente.

Pensa in grande; scegline uno super complesso, fidati. Ci sono milioni di iscritti; non sperare di cavartela con un laura83… così, per dire.

Seconda stazione: il curriculum.

In un mondo ideale – quello di cui parlo spesso da queste parti – basterebbe caricarne uno in pdf e il gioco sarebbe fatto.

Manco a dirvelo, vero, che non si può fare?

È a questo punto – alla domanda da sedicimila euro – che inizio a vacillare, a dubitare di me stessa.

Davvero, nel 2019, non si può allegare un curriculum già compilato?

A) Il curriculum si può allegare, sei tu un’incapace
B) Il curriculum si può allegare ma devi hackerare il sistema
C) Non esiste nessun modo per allegare il curriculum
D) Prova lanciando il pc dalla finestra

Ho chiesto l’aiuto da casa ma non ha risposto nessuno. Ho scelto la C e mi sono arresa a inserire, uno per uno, tutti i miei dati.

Secondo consiglio, che poi sono tre: assicurati di avere tanto, tantissimo tempo; fai il pieno di pazienza e non essere troppo dettagliato. Rinuncia a qualche dato e punta dritto all’obiettivo o potresti non arrivare mai alla pagina degli annunci.

Sempre che tu resista alla tentazione di spaccare il monitor per non vedere più quella rotellina girare (a ogni salvataggio la pagina impiega in media un minuto a ricaricarsi!), le sezioni dedicate ai dati anagrafici e alla formazione ti sembreranno una passeggiata quando arriverai alle esperienze professionali.

Ed eccoci alla domanda da trentaduemila euro: si può inserire un lavoro senza dover spulciare tra le ventimila voci presenti, alla ricerca di qualcosa che più o meno descriva cosa hai fatto in passato?

A) Sì, sei tu la solita incapace
B) Sì, ma devi hackerare il sistema
C) No, non esiste alcun modo logico e intelligente per farlo
D) Prova lanciando il pc dalla finestra

La risposta, ovviamente, è la C.

Ogni professione ha un codice ben preciso (tipo 4.1.1.2.0.) che rende impossibile perfino inserire un banalissimo “segretaria”. Dopo svariati tentativi e minuti persi a fissare quella dannatissima lente d’ingrandimento in attesa di una risposta, scopri che siamo tutti ADDETTI a qualcosa; il segreto sta nel capire a cosa. Se, come me, ti arrabatti con impieghi improbabili tra indagini statistiche e social media marketing… beh, buona fortuna.

Superata questa prova, però, nessuno potrà più fermare la tua candidatura.

Errore!

Devi ancora inserire le tue aspirazioni. E il meccanismo è lo stesso delle esperienze, quindi…

Finalmente, dopo tre giorni, arrivi all’ultima stazione: la pagina degli annunci.

Il sistema si dimostra di nuovo super efficiente: devi aspettare che ogni singolo filtro venga caricato prima di inserirne un altro. E poi aspettare ancora per il risultato della ricerca. Amen.

Solo per la provincia di Cagliari ci sono più di quattrocento annunci e più di venti pagine. Calcola il solito minuto accademico per passare da una pagina all’altra…

Al momento io sono ferma alla decima, con quattro candidature all’attivo. Per ogni annuncio a cui decidi di rispondere ti viene chiesto per tre volte di confermare – sia mai che cambi idea – e per tre volte di aspettare che la nuova pagina venga caricata. Il premio, dopo tanta fatica, è ritrovarsi all’inizio del percorso: di nuovo ai filtri!

Ultimo consiglio: se per caso apri un annuncio a cui non sei interessato, non provare mai – MAI! – a tornare indietro usando la freccia. Scendi in fondo alla pagina e usa il tasto apposito. Se sbagli è la fine: prigione, riparti dal via, filtri! Neppure il Monopoli era tanto crudele.

Nota a margine: sapete qual è il tema del Sardinian Job Day per il 2019? L’INNOVAZIONE DIGITALE.

* Il post è stato gentilmente offerto dai tempi morti del portale SardegnaLavoro.
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Regali di Natale V – Alla fin fine

Quindi che si fa?

In un mondo ideale scambiarsi i regali sarebbe semplicissimo; sapremmo sempre cosa l’altro desidera. Di più, all’altro basterebbe una figurina Panini per essere felice e tu saresti in grado di trovare proprio quella che gli manca per completare l’album. Ma noi non viviamo in un mondo ideale. Noi viviamo nel mondo in cui per gli acquisti si fanno le corse. E le corse, per definizione, non sono mai semplici e agevoli.

Quindi si fa che per contenere i danni proviamo a buttare giù qualche consiglio pratico e facciamo finta di vivere almeno in un mondo in cui bastano pochi accorgimenti per portare a casa la missione regalo senza troppe vittime.

Consiglio numero 1: limita il rischio cambio

A meno che tu non sia assolutamente certo di quello che stai per fare – e non lo sei – evita di comprare qualsiasi cosa preveda una taglia, compresi guanti, cinte e cappelli. È chiaro, Laura?

Consiglio numero 2: tutela il tuo acquisto dai plagi.

Il doppione ti sta col fiato sul collo. Se pensi di avere avuto un’idea regalo geniale non illuderti che sia pure originale; ci sarà di sicuro un’altra mente altrettanto brillante in famiglia che l’ha pensata identica a te. Quindi, dai il bando al parentado prima di passare alla cassa; vai all’ufficio protocollo, a quello brevetti, alla SIAE, insomma, assicura la tua idea. Hai sentito, Laura?

Consiglio numero 3: il regalo è per chi lo riceve.

Non deve piacerti per forza. Purtroppo funziona così, su questo non si discute. Turati il naso, entra in quel negozio di elettronica e compra quei dannatissimi cavi elettrici, se serve. Hai capito, Laura?

Consiglio numero 4: basta il pensiero.

Verissimo. Basta pensare fortissimamente: “cos’ha detto che voleva che costava sotto i 20 euro?!” Se la risposta è “niente” siete liberi di pensare ad altro. Stai seguendo, Laura?

Consiglio numero 5: diventa un regalante anticipatista coraggioso.

Se non capisci il senso di questo consiglio, forse non hai letto i capitoli precedenti. Ma non devo certo dirtelo io che non si legge un libro dall’ultima pagina.

Per farla breve: scegli di non andare in giro per regali con la lista della spesa in tasca e organizza per tempo un piano d’acquisti. Salverai un po’ del tuo spirito natalizio, ma anche tempo, denaro e salute mentale. Hai segnato tutto, Laura?

Ma se nonostante tutto l’impegno arrivi al 24 sera che ancora non hai trovato niente per la prozia, lascia perdere i consigli, dimenticali proprio, tanto comunque come fai sbagli. Entra in un negozio qualsiasi e afferra la prima cosa che ti capita sottomano.

Il diritto di recesso sarà sempre con te.

E ora correte, le vie dello shopping vi aspettano.

Che sia un buon Natale per tutti.

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Regali di Natale IV – L’ora della verità

Countdown alla mezzanotte o dolce risveglio?

Quando sei piccolo e credi ancora alla favola dell’omone barbuto vestito di rosso che scende con una slitta a portarti i regali, vuoi solo che la mattina del 25 dicembre arrivi il prima possibile. La notte dormi comunque dieci ore di fila perché a sei anni non esistono ansie che tolgano il sonno. Ma il primo pensiero appena ti svegli è di correre a guardare sotto l’albero. Scarti i pacchi col tuo nome in pigiama – tra un wow e un oh – e li abbandoni a malincuore solo per la colazione, la più veloce dell’anno, per riprenderli subito dopo e passare tutta la giornata a montare e costruire.

Poi cresci e l’incanto svanisce, e non vedi l’ora che arrivi la mezzanotte; sempre che ti sia rimasto ancora un po’ di quello spirito Natalizio che è fatto per il 90% di attesa e il 10% di colesterolo, e non abbia già sbirciato dentro gli armadi alla ricerca dei tuoi regali.

Io, che divido le feste tra genitori e suoceri, mi trovo nella fase fortunata di doppio scambio, ma in crescente nostalgia del periodo infantile; soprattutto per le dieci ore di sonno.

È il momento in cui il puro materialismo se la gioca con l’altruismo, e la curiosità di vedere cosa ti aspetta pareggia quella di guardare negli occhi chi aprirà i regali che tu hai scelto con tanto coraggio, o preso dalla lista dei desideri come un codardo corriere qualsiasi.

A ogni modo, a prescindere dall’età e dall’ora votata allo scambio dei regali, che si creda a Babbo Natale o meno, sotto gli alberi di tutto il mondo la scena sarà sempre la stessa: una baraonda di carta e fiocchi, auguri e abbracci, che nell’arco di dieci minuti divamperà e si consumerà lasciando solo un pavimento ricoperto di cartocci appallottolati e tantissimo scotch sotto le scarpe.

In quei dieci minuti o venti di gioia assoluta, però, c’è una cosa che continuerà sempre a mancarmi: una dote innata per la recitazione.

Se non vuoi ferire i tuoi cari nel giorno più bello dell’anno devi imparare a bluffare e a sfoderare un grazie che sia convincente. Perché quello che sembra altruismo in realtà è solo ansia di cogliere in fallo la tua espressione delusa per poi usarla contro di te.

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Regali di Natale III – Il pacco

Ti prendi il sicuro o scegli la busta sorpresa?

Che si tratti di dare o ricevere, in campo regali esistono solo due categorie di persone: chi osa e chi no. I coraggiosi seguono il cuore, o l’istinto, o la follia – una delle tre – e affrontano il regalo a viso aperto. Sono analisti del gusto e grandi ascoltatori, ma anche dei poveri illusi. Sono convinti di conoscere così bene amici e parenti che non hanno bisogno di uscire da una lampada per esaudire i loro desideri. Né tantomeno di strofinarne una per ottenere ciò che vogliono. Loro sanno e confidano che anche gli altri sappiano. Il più delle volte sbagliano ma continuano a perseverare nel loro dare e ricevere regali sbagliati.

I codardi, invece – che lo facciano o lo aspettino – agiscono solo su indicazioni strette. L’indizio vago come “un maglione rosso” non è contemplato; lo schema più usato è: link al sito – taglia e fantasia selezionate – pronto per passare alla cassa.

Io sto con i poveri illusi cuor di leone del Natale: scelgo la sorpresa; quando possibile, anche di farla. A domanda diretta: “cosa vuoi?” non rispondo. Né scrivo finte lettere per finti Babbi Natale. Ma non voglio nemmeno un regalo di merda. Insomma, voglio che mi si legga nel pensiero. Non mi sembra di chiedere tanto. Quindi, scelgo di non sapere quale tra le mille alternative – velatamente segnalate nel corso delle settimane precedenti la vigilia – mi verrà regalata. Di solito funziona e il risultato è davvero una gradita sorpresa. A volte, però, capita che nel sovraccarico di input cui sottoponi amici e parenti ci finiscano anche i “mi piace ma non lo vorrei”, e allora potresti ritrovarti a scartare presine di gomma dalle sembianze di un pesce palla o scovolini del water a forma di cactus. Soprattutto, però, succederà questo: il regalo è quello che speravi ma il colore è sbagliato.

Per chi non vuole cedere al ricatto morale della lista dei desideri in carta bollata, il meccanismo funziona anche all’inverso, quando si passa dalla parte dei regalanti. Il criterio generale è sempre lo stesso: aguzzare occhi e orecchi. Se fate attenzione, la differenza tra gli oh, che carino e gli oh, mi serve, devo averlo, lo voglio! non è poi così sottile.

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Regali di Natale II – Gli aventi diritto

Cultori del Secret Santa o lo fate anche al portinaio?

Uno degli aspetti più rognosi della questione regali è stabilire quali e quanti siano i meritevoli di un tale dispendio di forze e denari.

C’è chi non bada a spese e ha un pensiero per tutto il parentado, i vicini, i colleghi d’ufficio, i compagni della palestra e quelli del bridge; ci sono quelli che estraggono a sorte un unico fortunato a cui dedicare tutto il proprio affetto natalizio; e quelli che delegano a terzi ogni acquisto limitandosi a mettere quota e firma sul biglietto.

La mia ambizione è diventare direttore generale dell’ultima categoria, ma per il momento mi trovo a metà strada tra lo zio Scrooge e un moderato dilapidatore, a gestire il numero minimo socialmente accettabile di persone meritevoli.

L’elenco degli eletti al dono si sviluppa negli anni come una curva gaussiana: cresce col crescere delle relazioni sociali e diminuisce solo per cause di forza maggiore. Lascio a voi immaginare quali. Una volta dentro, quindi, è quasi impossibile uscirne. Il trucco sta nel non farli mai entrare. Tenetelo a mente voi che potete, per me ormai è tardi.

I primi della lista sono i parenti stretti. È il sangue a imporlo: qualcosa, a loro, la devi prendere. Subito dopo, gli amici: pochi, super selezionati.

La categoria femminile – dite quello che vi pare – è la più semplice da soddisfare. Se non altro perché durante tutto l’anno srotola desideri a ogni falcata nelle vie del centro. Gli uomini – economicamente – i meno sostenibili. I più problematici, però, a prescindere dal gene ics o ipsilon, sono quelli che non hanno né desideri né interessi di alcun tipo. Hai voglia a dire che a Natale siamo tutti più buoni; ignavi, nemmeno l’inferno vi meritate!

A fondo pagina, gli imbucati: quelli in bilico tra buoni e cattivi. Di solito gli acquisti più sofferti, quelli del 24, sono per loro. Sono “quelli-a-cui-non-lo-vuoi-fare-ma-ormai-non-puoi-più-tirarti-indietro-perché-sono-entrati-nella-curva-e-come-si-fa-a-smettere-di-punto-in-bianco-di-fare-il-regalo-a-qualcuno-che-è-dentro-la-curva.” Ogni anno speri sia l’ultimo ma non hai il coraggio di tirarti indietro. Vorresti che fosse l’altro a darci un taglio; ma anche l’altro ha la sua curva e tu ci sei proprio nel mezzo. E siccome ci tiene quanto te a non fare la parte dello stronzo, non cede; continua a impacchettare e infiocchettare con la carta riciclata dall’anno prima – perché quella nuova non te la meriti – e intanto fischietta imprecazioni.

Ah, lo spirito natalizio!

Con questa puntata mi sono guadagnata la dannazione eterna. Se c’è qualcuno là fuori che va nella mia stessa direzione e vuole compagnia per il viaggio possiamo dividere il barcone di Caronte, tipo Uber.

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Regali di Natale – La serie

Si parlava di regali, qualche giorno fa, a tavola. Cosa volete, è il trend topic di dicembre; scontato come Una poltrona per due eppure inevitabile. Per alcuni una tassa da pagare per altri il più classico dei miracoli che ogni anno si rimpolpa di nuovi contenuti.

Tant’è, non si è mosso nessuno dopo la frutta; siamo rimasti lì perché avevamo tutti qualcosa da dire: dalle abitudini d’acquisto quando si tratta di farli alle preferenze quando si tratta di riceverli; dagli errori madornali nel proprio curriculum spese alle delusioni cocenti nello scartamento. Così tante storie che ho pensato: perché non scriverne una anche qui? Dopotutto, non sarà un racconto in più a rovinare la media della narrativa bloggistica natalizia.

Ma siccome l’argomento è serio e corposo, non mi sembrava corretto confinarlo in un semplice post. Lui che è così buono come minimo si merita un’intera settimana di pubblicazioni: un capitolo al giorno – come un romanzo d’appendice della peggior specie – per avvicinarci al Natale preparati e col giusto spirito. Per preparati e giusto spirito si intende secondo i miei standard, ovvio.

Quindi, procediamo con ordine.

Capitolo I – Il tempo

Anticipatisti o perditempisti?

Ci sono quelli che a ottobre hanno già comprato tutto, pure la porcellana per la prozia e il trapano per il suocero. (Sono gli stessi che poi ritrovi in Pazzi per spesa con le dispense da fare invidia alla Caritas.) E quelli che a poche ore dal cenone saltano da un centro commerciale all’altro raccattando cravatte e libri di Bruno Vespa.

Io mi aggiro su una solida organizzazione con frequenti incursioni nel ritardo accademico.

Tra gli innumerevoli disturbi mentali che colleziono sin dalla più tenera età, quello che porta ad acquistare i regali appena dopo ferragosto – per fortuna – ancora mi manca. Può capitarmi di pensare che forse, per Natale, quella cosa, per quella certa persona, sarebbe pure perfetta ma…

Dai, è 16 agosto! È presto… c’è tempo!

Solo che il tempo una cosa sola sa fare: passare. Lui passa e quella cosa perfetta per quella certa persona è persa o dimenticata per sempre. PER SEMPRE!

Eppure, giocare d’anticipo proprio non mi riesce. Inizio a pensarci sul serio quando nei viali si accendono le luminarie, perché nel mio mondo perfetto, finché Amazon non sentenzierà che Potrebbe non arrivare per Natale, il tempo ci sarà sempre. C’è solo una regola di vitale importanza da rispettare: evitare l’acquisto disperato del 24.

Così di vitale importanza che ogni due per tre ci ricasco. E la mattina del 24 mi ritrovo a vagare con la morte nel cuore alla ricerca dell’ultimo stramaledetto regalo.

N.B. La mattina. Disperata sì, ma con dignità.

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Preparazione atletica

Uno sente parlare di preparazione atletica e subito si immagina chissà quali professionisti dello sport.

Resettate, questa è un’altra storia.

La chiamiamo così per convenzione, in amicizia. In realtà non c’è niente di professionale nei nostri gesti sconnessi. Nemmeno è chiaro per cosa ci stiamo preparando. È solo che era molto più semplice che chiamarla “quella cosa che facciamo il lunedì e il giovedì, dalle sette alle otto, dove proviamo a destreggiarci tra esercizi di mobilità articolare e andature di vario tipo nella speranza di diventare tenniste super reattive, potenti e resistenti”; tutto qui.

Allora, che preparazione atletica sia.

Abbiamo iniziato ad agosto; ci tengo a sottolinearlo per dimostrare la buona volontà con cui siamo partite. Vorrei che fosse messo agli atti e usato in nostra difesa il giorno in cui dovessero chiedere conto dei risultati.

O forse è meglio di no. È piovuto tanto in questi mesi…

Ci siamo accodate al nostro istruttore come tanti piccoli anatroccoli dietro mamma anatra; con la stessa tenerezza e altrettanta goffaggine. E ogni settimana lui, proprio come una brava mamma, ci ha messo davanti una nuova sfida. Il suo scopo è prepararci ad affrontare il brutto mondo (credo intenda un vero campo da tennis con un vero avversario dall’altra parte della rete) che ci aspetta fuori da questo vecchio e rassicurante campo da gioco. Per farlo, allena le nostre capacità di coordinazione, resistenza ed equilibrio – lui almeno ci prova – e pure la nostra concentrazione e la memoria. L’impegno da parte sua è davvero apprezzabile; sul nostro, invece, si potrebbero sollevare delle obiezioni.

A distanza di tre mesi, infatti, ogni volta che nomina un esercizio, la difficoltà maggiore continua a essere capire di cosa stia parlando. La prima ipotesi è sempre il cibo ma mai che sia davvero quello. Una volta stabilito che i crunch non sono cereali ricoperti di cioccolato, tocca ricollegare il nome alla specifica serie di movimenti che si aspetta eseguiamo. Cinque secondi di inutile sforzo mentale a scavare nella memoria e immancabile parte il coro:

Qual era?!

Tutte le volte così.

Ma la colpa non è solo nostra, ammettiamolo. Perché quando sembra che alla fine ci siamo, che una cosa l’abbiamo capita – per lo meno in teoria – lui la cambia. Aggiunge movimenti; moltiplica il coefficiente di difficoltà. Hai appena imparato a coordinare l’apertura della gamba destra con la corsa calciata della sinistra, che lui ci mette sopra uno slancio alternato delle braccia verso l’alto e una strizzata delle scapole verso l’esterno.

E allora dillo che non sei la nostra vera mamma ma ci hai trovato in una cesta vicino a un cassonetto!

Il tutto, mi raccomando, senza smettere di respirare. Ché da agosto è diventato un esercizio complesso pure questo: respirare. Pensavamo di saperlo fare, che fosse un plugin installato direttamente alla nascita, ma a quanto pare ci sbagliavamo. A intervalli regolari – diciamo al primo accenno di sfumatura bluastra sul viso – deve pure ricordarci di inspirare ed espirare.

Sigh!

La prova schiacciante che non siamo sue figlie legittime, però, ce l’ha fornita il test della corda; per i preparatori atletici l’equivalente del più comune test del DNA. Quando ci ha buttato quelle funi colorate davanti ai piedi e ci ha chiesto di saltarle non abbiamo più avuto dubbi: ci odia, altro che brava mamma!

Ha finto di lasciarci libere di sbagliare; saltate come vi viene meglio – ha detto – e poi, piano piano, ha iniziato a tarparci le ali: a piedi uniti, niente doppio saltello, più veloci, ancora più veloci, sempre più veloci. Ci ha mortificate prima con la coordinazione e infine con la resistenza.

Per lo meno, così è come a me piace guardarla dal di fuori, questa storia: un’ora di supplizio infernale per muscoli ed ego. Ma se non fosse che in realtà ci divertiamo un sacco e che ci piace proprio ritrovarci su quel campo scalcinato non sarei qui, dopo tre mesi, a raccontarvela; perché i lati positivi sono tanti. Il primo è che nessuno ci giudica a parte noi stesse. Ci sentiamo tanto scarse ma sempre alla pari; siamo così preoccupate dei nostri stessi movimenti che se non fosse per la disperazione che esterniamo in continuazione, quelli delle altre nemmeno li noteremmo. Poi, mal comune mezzo gaudio – si dice – e noi tra sofferenza e imbarazzo abbiamo parecchie cose a rallegrarci e una in più oltre il tennis a legarci; e coi lati positivi siamo a due. Metteteci pure che fa bene alla salute e arriviamo a tre.

Ciò che mi piace sopra ogni altra cosa, però, è che lo sforzo di concentrazione che metto in quei sessanta minuti per accordare braccia, gambe, polmoni e addominali, riduce la mia vita a un rettangolo; oltre quelle quattro righe bianche il resto del mondo sparisce. Esistiamo solo noi, palle, corde e tappetini. E fortissimi sbuffi e risate. Ed è bellissimo.

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La fiera degli sposi

Primo teorema LanaCronistico: ad ogni proposta ad alto tasso di imbarazzo calcolato corrisponde un post uguale e contrario su questi schermi. Ormai è dimostrato; mettetemi pure assieme a Euclide e Pitagora: io + posto improbabile + personaggi vari ed eventuali = storia assurda al quadrato.

Stavolta la sommatoria mi ha messo in colonna assieme a un gruppo spalla di ignari venditori nel posto più improbabile dopo il CERN in cui mi si potrebbe incontrare: LA FIERA DEGLI SPOSI.

La prospettiva da teatro dell’assurdo era talmente alta che non ho potuto resistere.

– Ci sto, andiamo.

Appuntamento domenica mattina; la domenica mattina più piovosa degli ultimi mesi. Per molto meno mi sarei incatenata alla poltrona con copertina e libro sulle gambe e non sarei più uscita di casa. Ma qualcosa – l’istinto da reporter, forse, o quello suicida – mi spinge a prepararmi comunque. Tra una calza e una scarpa, intanto, continuo ad aggiornare le previsioni nell’app del telefono, ché non si sa mai. Non promettono niente di buono; la tentazione di mandare tutto a monte è forte ma non demordo. Mi armo di ombrello e cappotto ed esco.

La fiera – che non è più alla fiera ma in un hotel, causa popolarità a picco – inizia alle dieci; e noi, che non vogliamo essere le prime della classe, decidiamo di partire alle dieci in punto. Metteteci il mio solito ritardo accademico che fa diventare le dieci in punto le dieci e dieci; il passo prudente imposto dalla pioggia e i giretti di rito per la ricerca del parcheggio, arriviamo a destinazione che sono quasi le undici.

Non basta: siamo comunque le prime della classe.

Almeno, però, ha smesso di piovere.

Ci muoviamo con circospezione nella hall e ci dirigiamo a naso verso un bancone apparecchiato di brochure.

– Chi è la futura sposa?

Come avrete capito dalla premessa – ma tengo a ripetere, mettere in grassetto, sottolineare ed evidenziare in giallo – non è stata una mia idea. E se casomai vi fosse venuto il dubbio, toglietevelo pure: non sto per sposarmi. Ma – sorpresa – nemmeno la promotrice di questa alternativa gita domenicale ne ha la benché minima intenzione.

– Allora perché siete qui?

Scopriamo che la semplice curiosità umana, al momento della programmazione dell’evento, non è stata messa in conto. Lo leggiamo negli occhi smarriti e delusi dell’addetta al ricevimento. Ma non lo può dire apertamente, e non può nemmeno cacciarci; le tocca fare buon viso a cattivo gioco, perché in fondo siamo le prime ad entrare lì dentro e, a vedere l’andamento della manifestazione negli ultimi anni e il meteo avverso, potremmo essere addirittura le uniche.

– Ok, vi metto come visitatrici.

Ci chiede comunque di compilare un modulo con alcuni dati. Scrivo il mio nome sotto sposa e inserisco i contatti; quelli dello sposo e la data delle nozze rimangono in bianco. In premio riceviamo il volume informativo Sposi in Sardegna con tutti i trend del 2019 sulle location più esclusive dove organizzare le nostre nozze (se vi interessa ve lo passo, c’è anche l’oroscopo delle spose); lo ficco nella borsa assieme all’ombrello e finalmente possiamo iniziare a gironzolare tra gli espositori.

Cara la mia addetta all’accoglienza, se avessi visto la mia faccia mentre entravo in quella stanza, anche tu ci avresti letto smarrimento e delusione. Siamo pari.

L’imbarazzo si taglia con un grissino. Sarà che è ancora presto, sarà che non c’è nessuno oltre a noi, sarà che nei primi banchetti non troviamo neppure gli espositori, o sarà che davvero la fama dell’evento è ai minimi storici… non gironzoliamo affatto! Continuo a guardarmi intorno alla ricerca di frecce che indichino una porta, un corridoio, scale, un qualsiasi percorso alternativo che vada oltre questa sala ma è inutile, non esiste.

Puoi smettere di arrotare il collo, Laura, è tutto qui in questa stanza.

Tempo cinque minuti, abbiamo già visto metà della fiera.

Ci fermiamo nell’unico stand interessante, quello degli abiti; perché spose no ma donne comunque sì.

– Chi è la futura sposa?

Déjà-vu.

Almeno stavolta la curiosità viene accettata come un fatto plausibile. La responsabile dello stand è gentile e disponibile e sembra non le dispiacciano le nostre domande stile intervista del Sole 24 Ore sulle tendenze di stile, il numero massimo di modifiche concesse prima del gran giorno e le variazioni di colore per gli abiti delle damigelle.

Noi ci proviamo pure, ma proprio non ci riesce di fare le sposine. Ci manca solo il taccuino per gli appunti.

Raccolti tutti i dati, salutiamo e intaschiamo il volantino informativo con tanto di sconto. Oh, non demordono.

Ci sembra già di avere esaurito gli spunti di interesse quando si avvicina il titolare di un’agenzia di viaggi.

– Chi è la futura sposa?

Doveva essere tra i requisiti minimi indispensabili: diploma e data delle nozze fissata. Forse c’era un regolamento o qualche clausola all’ingresso che non abbiamo letto.

Visto che ormai ci siamo, proviamo a strappare qualche dato anche a lui. Ricicliamo la domanda sulle tendenze di mercato sostituendo “mete” a “abiti” ma lui non coglie; eppure non è così complicata. Risponde che se vuoi un viaggio qualsiasi te lo fai per conto tuo con Ryanair e Airbnb. Oltre al generale disprezzo per i poveri, intuiamo che le crociere vanno sempre di moda ma anche il Giappone attira parecchio.

A questo punto, possiamo davvero andarcene. Ma non prima di intascare un altro buono sconto. Ci tengono, eh.

Siamo a un passo dall’uscita quando una signora paffutella ci allunga un altro pieghevole.

Fatto trenta…

È una wedding planner ma non disdegna di organizzare qualsiasi tipo di evento che preveda l’uso di confetti. Compresi i battesimi. Ne approfitta per esporci la sua infallibile teoria sulle nascite. Adesso è il turno delle femmine, per due anni non nascerà altro. Funziona così; davvero. Non lo dice lei, lo dice la scienza. Due anni di maschi, due anni di femmine. E se non va, la colpa è tutta dell’alimentazione. Ne è convintissima e io non so come riesca a non riderle in faccia.

Grazie signora wedding planner, grazie. Ha illuminato la nostra giornata.

Passiamo davanti alla truccatrice e alla sua vittima senza degnarla di uno sguardo.

Sono le undici e mezza; per noi la fiera degli sposi finisce qui.

Forse…

A una settimana di distanza la mia casella mail continua a traboccare di ringraziamenti e di offerte imperdibili da parte di fotografi, sarti e parrucchieri.

Mai fidarsi di chi dice “ti metto come visitatrice”.

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Inviata nel Supramonte

Come le migliori trasmissioni agricole del servizio pubblico, anche la mia va in onda in differita. Ci sono volute due settimane per montarla ma ci tenevo proprio a raccontarla. Parla di un fine settimana nel Supramonte, tra sagre popolari ed escursioni naturalistiche. Ma siccome non ho aspirazioni da travel blogger, non aspettatevi un resoconto sognante né – tantomeno – geograficamente dettagliato. Aspettatevi il solito, insomma.

A dimostrazione ulteriore della scarsa attitudine alla materia, chiariamo subito il mio ruolo nella vicenda: dire sì a tutto.

E ha funzionato.

Il programma, in sintesi, prevedeva questo: sabato, visita alle Cortes Apertas di Orgosolo (sì); domenica gita tra i monti di Urzulei (sì).

Partiamo la mattina, senza fretta, appena dopo la seconda colazione. Ci aspettano più di due ore di macchina, meglio fare il pieno anche con gli zuccheri. Impostiamo il navigatore e andiamo: come ebeti pecorelle dietro la macchina dei nostri compagni. Sarà che non azzecca un accento, ci fidiamo più di loro che della vocina elettronica. E facciamo male. Ci portano fuori strada due volte.

Scusi, signora navigatrice. Non lo faremo mai più.

Prossimo traguardo: Oliena.

Come Oliena? Non avevamo detto Orgosolo e Urzulei? Sì, ma il nostro alloggio è qui, a Oliena: un appartamento dotato di tutti i comfort, come impone la formula delle recensioni. Tre camere e dieci posti letto – anche se a noi ne bastano sei – sala da pranzo, salotto, bagno e soprattutto cucina con ogni bendidio per la colazione del giorno dopo. È già l’una e mezza quando arriviamo, vuoi che quei savoiardi non sembrino la cosa più buona del mondo?

Sparse qua e là, a conferma, le targhe del glorioso 9,2 su Booking.

Chiediamo consiglio al padrone di casa su dove mangiare. Il tempo di poggiare i bagagli e spartirci le stanze e siamo di nuovo fuori di casa. Il ristorante è a due strade di distanza.

E qui finisce la mia conoscenza di Oliena.

Ordiniamo tre antipasti in sei e un primo a testa nel patetico tentativo di rimanere leggeri. Peccato che per ingannare l’attesa ci portino una cesta di pane carasau immerso nell’olio.

Fregati.

E non contenti, chiediamo pure il bis.

Come al solito, mi gioco malissimo l’ordinazione. Faccio per chiedere un saggio e rassicurante piatto di culurgiones ma il neurone scemo nella mia testa si sveglia all’improvviso, dà una spallata a quello intelligente e ribalta la chiamata con un piatto di pasta con broccoli e gamberi.

Broccoli e gamberi, Laura?! Ma hai capito dove sei?!

Con l’altezza, oltre alle orecchie, deve essersi tappata anche la vena del sangue al cervello. I miei compagni mi guardano sconsolati. Non possono fare più niente per me a parte alzare le spalle e gli occhi al cielo.

Non sto manco a dirvi quanto facesse schifo. Fortuna che il piano di rimanere leggeri è saltato e posso rifarmi col dolce.

Il ritmo lento della mattina ce lo portiamo appresso per tutta la giornata; ci alziamo da tavola alle quattro e mezza. Esiste ancora un programma secondo il quale dovremmo andare a Orgosolo, quindi, sempre con molta calma, ripercorriamo le due strade nel senso opposto e torniamo all’appartamento per darci una rinfrescata e dirigerci verso la prima vera tappa del nostro tour. Arriviamo al paese quando ormai la luce scarseggia ma non importa; niente ci impedisce di immortalare ogni singolo murale lungo la via principale. In fondo, siamo venuti per questo.

La strada, però, non è poi così lunga e dopo un’oretta di scatti l’abbiamo già percorsa due volte. Senza nient’altro da fotografare, i profumi di fritto e arrosto che si alzano dalle bancarelle iniziano a bussare allo stomaco.

Abbiamo finito di mangiare da appena quattro ore, non siamo entrati in nessun cortile, non abbiamo visto nessun artigiano, ma abbiamo comunque il coraggio di pensare al cibo.

L’aria sembra intrisa di strutto. Troppo, perfino per me. Salto la prima tappa di arrosticini e polpette d’asino; non ce la posso fare. Temporeggio ancora un po’ ma alla fine cedo e opto per un panino. L’ho visto tra le mani della folla; tanto pane, poca carne… sì, voglio lui. Ma non so come si chiama. E non lo saprò mai. Di sicuro non pane luntu con purpuzza. No, perché il pane lentu con purpuzza – purtroppo per meè un gigantesco cono di molle pane carasau pieno fino all’orlo di salsiccia. Niente pane, tutto salsiccia. Mezzo chilo di colesterolo in cono. Lo guardo a metà strada tra il pianto e la nausea; ne assaggio una forchettata e passo la mano.

E con le giocate sbagliate siamo a due.

Finisco la serata con una Coca Cola sperando che, come i lavandini, sturi anche il mio stomaco.

Torniamo a casa presto; una partita a pinella a colpi di tris illegali per conciliare il sonno, e andiamo a letto. Domani abbiamo la sveglia alle sette; la nostra guida e il suo fuoristrada ci aspettano alle 8:30 a Dorgali e noi siamo persone responsabili. E poi nell’appartamento c’è solo un bagno. E noi siamo in sei.

Infatti, arriviamo in ritardo.

Sarà per questo che, appena saliti, la nostra guida parte in quinta e sprinta nei tornanti come un pilota di Formula 1?

No, lei guida proprio così. Snocciola informazioni e aneddoti sul paesaggio che ci circonda e intanto taglia le curve e va dritta alla meta. E io, seduta nella parte posteriore, sorrido e mi aggrappo allo schienale del sedile davanti per evitare di schiantarmi sul finestrino. Contro ogni previsione, però, la colazione rimane nello stomaco.

Dopo un’ora di Tagadà (la giostra, non la trasmissione) lasciamo il fuoristrada in mezzo agli alberi, all’ingresso del sentiero, e armati di bastoncini – gentilmente offerti dal programma – come dei veri escursionisti iniziamo la discesa verso il capitolo più salutare del nostro fine settimana.

E qui ci vorrebbe lei, Maria, la nostra guida, per raccontarvi nel dettaglio tutto quello che abbiamo visto – tra storia e natura, tra tassi millenari e cascate – per arrivare alla gola di Su Gorroppu. Mentre io mi perderei alla ricerca dell’aggettivo adatto a descrivere quest’esperienza – unica e spettacolare – lei arriverebbe con il suo fortissimo AJO!, che usava tutte le volte che ci disperdevamo, incantati a fotografare l’ennesimo scorcio, e ci richiamerebbe ai ranghi. Perché è già tempo di riprendere il fuoristrada: il pastore ci aspetta.

Torniamo sul Land Rover, ma con la testa rivolta al pranzo non riusciamo a goderci del tutto i paesaggi che il nuovo percorso ci offre. Ricordo vagamente di un altopiano a mille metri di altezza dove abbiamo pensato di costruirci dei campi da tennis. Colpa della fame.

Arriviamo a destinazione che sono le tre ma Angelo e la sua famiglia ci hanno aspettato per pranzare con loro all’interno della pinnetta. Il posto è una favola – forse sono finita nella contea di Frodo – e veniamo accolti nel migliore dei modi possibili; la più calorosa delle famiglie di estranei.

Come in ogni trasmissione agropastorale che si rispetti, siamo alla tavolata finale.

Salumi, formaggi, olive e meravigliose focaccine di patate: è solo l’antipasto e io sono già satolla e felice; altro che broccoli. Ecco cosa succede quando non sono io a scegliere il menu: la gioia. Il maialetto arrosto non può che essere la degna conclusione di questo pasto, penso. Ma mi sbaglio. A sorpresa, Angelo ci porta anche il dessert: chili di ricotta accompagnati da generose colate di miele. Il tutto da gustare – secondo istruzione – su doppi strati di pane carasau.

Mi gioco la quota latticini di tutto il 2019 ma ne vale davvero la pena.

Ancora in pieno spirito da spettatrice non votante, dico sì persino a caffè e mirto: una goccia è sufficiente a farmi andare a fuoco la gola, ma è pur sempre un sì, per la gioia di Angelo.

Sono passate le cinque, iniziano a scorrere i titoli di coda. È stata una puntata lunga, più lunga di quanto pensassi; un miscuglio perfetto di calorie e calore umano.

Ci salutiamo. Per Maria e Angelo è una domenica di lavoro che finisce e un altro gruppo che se ne va.

Chissà se si rendono conto di quanto sia stata speciale per noi.

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Cambio di stagione

Se è vero che non esistono più le mezze stagioni, è altrettanto vero che c’è qualcosa in “questo periodo” di transizione che – chiamatelo come volete – viene subito dopo l’estate, che non lascia dubbi sulla sua natura. Non dura tanto ma fa di tutto per farsi riconoscere.

Non è una semplice questione di temperature che calano e di abiti che si fanno più pesanti. Sono percezioni. È voglia di aria nuova mista a resistenza al distacco; distacco dalle giornate lunghe e assolate. È un insieme di piccoli cambiamenti che segnano il passaggio dall’afa, dalle vacanze, dall’anguria e dal melone, a quest’altra cosa sfuggente e incerta. Ha delle caratteristiche ben definite, “questo periodo”. Quel tipo di caratteristiche che rassicurano perché sanno di certezza. Non hanno una data fissa sul calendario eppure le cerchi e le collezioni come le uscite settimanali per costruire il modellino in scala uno a cento della Vespa. Le senti annusando l’aria e lo sai: è tornato anche quest’anno.

Il primo a cambiare è il colore del cielo. Non è più lo stesso, ve ne siete accorti? Ha perso quel celestino slavato e lattiginoso, ora è più azzurro; anche quando ci sono le nuvole. E quando ci sono le nuvole, le nuvole sono più bianche. Quando non sono grigie, ovviamente. Non fa una piega.

La notte, l’aria è più fresca ma non troppo. Lascio ancora la finestra aperta quando vado a dormire; magari solo un’anta. Mi piace tirare un po’ la corda col clima anche se poi sono sempre la prima a cedere. Non la chiudo del tutto finché è “questo periodo”; resisto, piuttosto aggiungo una coperta al solito lenzuolo. Ogni tanto l’aggiungo anche nei sonnellini pomeridiani.

E l’acqua nei rubinetti? È cambiata pure lei. All’improvviso, la mattina, lavarsi la faccia con l’acqua fredda non fa più così piacere. Vorrei virare la manopola sul rosso e rendere meno brusco il distacco della faccia dal cuscino ma non è inverno, è “questo periodo”; e poi ci sono il riscaldamento globale, il buco dell’ozono, lo scioglimento dei ghiacciai che premono sui miei sensi di colpa.

Ok, accetto un risveglio più fresco del voluto. Pianeta Terra, ringrazia il mio super-io-super-pressante.

Smetto di usare le infradito: ecco un altro segnale. Non ho mai amato stare a piedi nudi; ciabattine, per me, vuol dire caldo, tantissimo caldo, insopportabile caldo. Rimetterle nella scatola è una delle prime uscite della collana dei cambiamenti. Quindi, di giorno, largo a calze e scarpe da tennis; di notte, via alle pantofole. Quelle aperte però; perché siamo in “questo periodo”. Gli stivaletti impellicciati arriveranno ma possono ancora aspettare.

*Anche l’appetito ha qualcosa di diverso, qualcosa di più. Basta insalatine scondite. Abbiamo voltato le spalle alla spiaggia da tempo, non c’è più bisogno di trattenere la pancia. Torna la voglia di piatti complessi e ipercalorici. Paste al forno, arrosti, risotti e stufati. E torte. Viene persino voglia di riaccendere il forno e preparare qualche dolcetto. E affogarli in piscine di tè caldo.

A certificare d’ufficio la svolta stagionale però è lei: la passeggiata. In “questo periodo” posso finalmente riprendere a camminare senza che rivoli di sudore sgorghino come fontane dalla mia testa e scivolino dal collo lungo la schiena a ogni passo. Solluchero! Spunto una voce dal mio personale elenco dei piaceri della vita: stiro i capelli, infilo jeans, maglietta e scarpe da tennis e vado al supermercato. A piedi!

NO! STOP! RIFARE!

(A questo punto del racconto– ma solo a questo punto – al lettore è concesso distogliere un attimo lo sguardo dal testo per alzare gli occhi al cielo).

Non è possibile, ci risiamo. Dopo trentacinque anni! Conosco la storia a memoria e inciampo sempre sulla stessa battuta.

Proviamo così.

Segna, Laura. Asciugati, bevi e segna: non puoi andare a fare la spesa in “questo periodo” camminando avvolta in quello spesso strato di tela azzurra e rientrarne a mezzogiorno indenne. NON PUOI! Vedere foto di parchi tappezzati di foglie gialle e rosse su Instagram non vuol dire che sia arrivato l’autunno anche per te. Guarda il tuo giardino, Laura, è ancora tutto verde!

È lui; è sempre, solo, “questo periodo”.

*N.d.r. L’autore si serve di un espediente di fantasia per ingraziarsi il favore del pubblico. Il suo appetito non è una stupida pianta, non si lascia mica influenzare dalle stagioni; figuriamoci dalle mezze o da “questi periodi”. Le insalatine scondite non sa proprio cosa siano.

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