L’estate in cui…

L’avete mai notato? Ci sono un sacco di storie che iniziano in questo modo.

Sarà che in questa stagione succedono molte più cose memorabili che in tutto il resto dell’anno. O sarà che il resto dell’anno viviamo in letargo senza accorgerci di ciò che ci capita attorno. Oppure, semplicemente, è un titolo che suona bene. Chissà. Sta di fatto che nei libri e nei film, d’estate, si scatena l’inferno di Massimo Decimo Meridio, nel bene e nel male.

C’è l’estate in cui qualcuno ha imparato a volare, quella in cui il Bari comprò Joao Paulo e quella in cui caddero le stelle (sarà mica il caso di dire all’autore che non è roba di una volta nella vita e che si ripete ogni anno?); qualcuno ha conosciuto il Che, qualcun’altro ha ucciso suo nonno e c’è pure l’estate in cui – per non star lì a specificare – tutto è cambiato o è accaduto tutto.

E chi sono io per non avere almeno un’estate con avventura annessa da raccontare?

Dunque, la mia storia si inserisce nel filone horror/splatter/incubi notturni/animali feroci. Così iniziate a farvi un’idea.

A parte la stagione, non so dirvi di preciso quando è cominciata, ma posso dirvi come: con un rumore di sottofondo. Come tutti i rumori di poco conto, è rimasto tale finché non gli ho prestato attenzione. Più o meno come quando a tavola il tuo vicino mangia la zuppa. Da principio non ci fai mai caso; si chiacchiera e si mangia in allegria. Poi, a un tratto, sembra che il mondo si fermi. Un istante di assoluto silenzio tra la pubblicità e il tg e quel suono ti arriva dritto alle orecchie, lo senti chiaramente: è il risucchio. La prima volta ti limiti ad alzare gli occhi al cielo; la seconda, il commensale è già il tuo peggior nemico. Non puoi più a ignorarlo, quell’accordo stonato ti perfora i timpani. Il tuo istinto ti direbbe di affogare la testa di chi lo produce nel piatto in cui sta mangiando, almeno fino a quando non avrà imparato come ci si comporta, ma la tua buona educazione e il tuo spirito zen ti aiutano a mantenere la calma fino alla fine del pasto. Ohmmm…

Il rumore di questa storia, con quello della zuppa, ha parecchio in comune: entrambi sono arrivati subdoli e improvvisi e, per certi versi, anche questo ha avuto a che fare col cibo. Il motivo di fondo ricordava molto un fine mangiucchiare, sgranocchiare e rosicchiare e, tanto quanto il risucchio, mi ha fatto andare fuori di testa. La differenza, però, è che stavolta non ero a tavola; non ero seduta in nessuna sala da pranzo e accanto a me non c’era alcun commensale. No. Era notte fonda e io giacevo tranquilla sul letto della mia camera, pronta a dormire.

A questo punto, per alleggerire la tensione, direi di aprire una piccola parentesi – comunque funzionale alla storia – per spiegarvi la disposizione dei mobili nella mia stanza. Vi chiedo di agevolarmi il compito con un minimo sforzo di immaginazione, grazie.

Fate conto di trovarvi sulla porta della camera. Davanti a voi, con la testiera poggiata sulla parete sinistra, c’è il letto che punta verso il centro della stanza. Poco dietro il letto, sulla parete di fronte a voi, una piccola libreria bianca con sopra una cesta piena di peluche, tra cui una rana (vedi diapositiva) e un cagnone con le zampe penzoloni che mi fissa. A fianco alla libreria, sulla destra, c’è la finestra. Il resto della stanza non ve lo mostro ché tanto non serve; e poi è in disordine.

Ora, provate pure a immaginarvi su quel letto. Spegnete la luce, poggiate bene la testa sul cuscino e chiudete gli occhi. Il concerto sta per iniziare.

Continua…

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Un post su libri e consigli, pieno di premesse e pochissime conclusioni

Il titolo vale come mettere le mani avanti, poi non dite che non vi ho avvisati.

Premessa numero 1: sono una lettrice per definizione; significa che una parte dei miei guadagni si consuma in pagine, cartacee e digitali. Sul telefono ho una nota aperta con una lista di libri che cresce nonostante le spunte e ho imparato a leggere sul bus – anche in piedi o di spalle al senso di marcia – senza vomitare. La notte mi vengono i sensi di colpa se mi addormento dopo una sola pagina e sono sempre alla ricerca di nuove letture a dispetto della nota aperta e della lista infinita. Eppure…

Premessa numero 2: nonostante la premessa numero 1, non leggo recensioni di libri; né seguo alcun blogger bibliofilo. I motivi sono vari, metteteci pure che sono prevenuta e pigra. Quello principale, però, è che non posso sapere in anticipo quanto della trama mi verrà svelato. La scritta “no spoiler” in cima al testo non mi basta. Quello che dice, potrebbe essere comunque troppo. E siccome il rischio è alto, scelgo di non rischiare.

Come decido, allora, su quali trame investire?

Persone fidate e col dono della sintesi; che usano toni entusiasti e riescono a parlare del libro senza dire nulla del libro: questi sono i miei consiglieri preferiti. Subito dopo, a pari merito, le immagini di Instagram e la media voti su Amazon. Una foto ben studiata con una copertina in primo piano, attira subito la mia attenzione. La recensione a commento, soprattutto se va oltre le dieci righe, viene quasi sempre ignorata. Dalla foto, salto a verificare le stelline: maggiore o uguale a 4.3 finisce in lista; oltre 4.6 direttamente nel carrello.

Premessa numero 3: ho un disturbo (in realtà molti di più, ma oggi parliamo di questo) che potremmo chiamare ansia da consiglio. È un problema tutto mio ma, se volete, ve lo presto.

Come si riconosce?

Così: hai appena finito un libro entusiasmante e vorresti che tutto il mondo lo leggesse; ne parli con chiunque e ovunque; ogni scusa è buona per tirare fuori l’argomento; vai in giro a esaltare la bravura dell’autore e la bellezza dell’intreccio fino a quando… bam! Uno dei tuoi amici accetta il consiglio. Ma non si limita ad andare in biblioteca, chiederlo in prestito o ordinarlo su Libraccio. No, si compra la copia illustrata con copertina rigida. Se a questo punto inizi a tremare e sudare all’idea che il tuo amico ti rinfacci a vita di avergli fatto buttare 29 euro in copertina rigida, allora, è certo: hai l’ansia da consiglio.

Oppure, così: hai passato gli ultimi mesi a elogiare la tua ultima scoperta libraria ma non hai ottenuto alcun risultato. Hai detto a tutti quanto sia meraviglioso questo libro – il più bello degli ultimi dieci anni, almeno – e nessuno ti ha ascoltato. Inizi a perdere la fiducia nel mondo intero ma soprattutto nelle tue doti di promotore di storie. Metti in discussione il tuo gusto e quasi arrivi a rivalutare anche il testo. Entri in depressione e registri l’episodio come uno dei peggiori fallimenti della tua vita: il mondo doveva sapere e per colpa tua non saprà, quanto era bello quel racconto. Tranquillo, anche questa, non è nient’altro che ansia da consiglio.

Arriveranno a un punto queste premesse? Sì.

Il primo è che tutto questo ragionar di libri e consigli, nasce proprio dal desiderio insalubre di scrivere di libri e consigli. Già. Divertente, vero?

Il secondo è come farlo tenendo conto delle premesse.

Nonostante la strana combinazione di psicosi presenti nel mio organismo, credo ancora che al mondo esistano individui simili a me; appassionati dispensatori di consigli non richiesti col verme solitario della lettura. Persone che offrono e cercano suggerimenti che superino il telegrafico “da leggere: sì/no”, ma che evitino di sviscerare i retroscena dell’infanzia dell’autore per spiegare l’evoluzione del personaggio del postino nel capitolo 5.

Non ci sembra di chiedere molto.

Quindi, conclusione 1: ai consigli di lettura serve un nuovo corso; e a me un metodo che concili l’ansia da consiglio con il desiderio di diffonderli senza papiri di accompagnamento. Servono nuove metriche di giudizio, un valore che sintetizzi le stelline di Amazon con lo sfavillio degli occhi di chi ti dice: “Guarda, leggilo, perché merita; non ti dico niente per non rovinarti il piacere, però, davvero, leggilo”. E a te basta per crederci. Ecco, il contenuto dei suggerimenti che propongo – e che cerco – più o meno, è questo.

Dunque, come metriche, avrei pensato:

  • Numero di “davvero, leggilo” ripetuti in una sola frase.
  • Fermate del bus saltate per finire il capitolo.
  • Lacrime versate (solo per i drammi).
  • Accapponature di pelle (per thriller/horror).
  • Quante volte hai sollevato la testa per assaporare il piacere di un passo
  • Notti insonni per finire di leggerlo.

Somma e dividi per cinque, poi percentuale e vediamo. Perché io ci tengo che ve lo godiate, questo libro, e non voglio tediarvi inutilmente. Ma vorrei anche evitare che mi chiediate indietro i soldi spesi.

Conclusione 2: si accettano consigli.

Valgono anche “lascia stare” e “ci penso e ti faccio sapere”.

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Venezia è bella e forse ci vivrei

È andata: la città lagunare è stata spuntata dalla lista dei posti da vedere. Le compagnie aeree, da brave, hanno svolto il loro dovere e alla fine la vacanza è arrivata.

Zainetto in spalla e Lonely Planet in tasca, ho trascorso quattro giorni tra calli e canali per scoprire con mia grande sorpresa che Venezia non è affatto come la raccontano. Sì, è vero, quattro giorni non fanno granché media; non sarà certo il mio racconto a scollarle di dosso l’etichetta dell’invivibilità ma, per come è andata, mi sentivo in dovere di dire la mia in sua difesa.

Quindi, per chi ancora non la conoscesse e fosse in dubbio se andarci o meno, con tutto quel sentir parlare di pantegane e acqua alta, sfaterò un po’ di miti.

Mito numero 1: Venezia è cara.

No, Venezia non è cara, Venezia è furbissima; ha trovato un modo perfetto per farti spendere senza prendersene la colpa. Come ha fatto? Ha eliminato la totalità di panchine e cestini per dissuaderti dall’organizzare pasti e spuntini a modo tuo. Così, ti costringe a mangiare 5 volte al giorno solo per farti riposare le gambe. Ti spinge a camminare con lo sguardo perso tra i pittoreschi vicoletti, a macinare chilometri illudendoti di avere il controllo della visita. In realtà ti sta piano piano portando allo sfinimento al punto che, con i piedi a pagnotta, non ti resta che arrenderti e sederti in uno dei suoi mille localini per tirare il fiato con un bicchiere di spritz tra le mani.

Ma Venezia non è cara. Lo spritz, infatti, lo paghi 3 euro o poco più. Non 6 come a Cagliari.

No, Venezia è furba. Perché di spritz finisce che ne prendi 3 al giorno. E con i cicchetti da un euro l’uno, poi, ci perdi perfino il conto.

Ma a me cosa importa che sono pure astemia? Direte voi. A me niente, in effetti, ma al mio ragazzo sì. E se lui prende una cosa che gli piace e risparmia pure, sono contenta anch’io.

Mito numero 2 e anche 3: Venezia è umida e ci sono troppe zanzare.

Questo perché non conoscete il mio ameno paesello, che è infestato tutto l’anno da insopportabili insettini volanti di ogni forma e spessore – dai minuscoli pappataci alle gigantesche zanzare tigre – senza nemmeno avere la scusa dell’acqua stagnante. A meno che i sottovasi di mia madre non siano stati inseriti a mia insaputa nella categoria lagune e paludi, il che potrebbe anche essere. Per quanto riguarda l’umidità, poi, chiedete pure ai miei capelli; possono testimoniare a favore dell’imputato e portare foto a dimostrazione. Anche a tarda sera, lisci come appena fatti; loro che subiscono a vista d’occhio l’innalzamento della percentuale d’acqua nell’aria. Contro ogni aspettativa, erano proprio soddisfatti di quella atmosfera – “Altro che l’ameno paesello!” – dicevano; di conseguenza, io lo ero altrettanto.

Mito numero 4: la vedi tutta in un giorno.

Grazie alla mia fedele guida tascabile (che per essere tascabile molte cose le avrà pure dovute tagliare fuori) ho scoperto che Venezia ha 2500 chiese. Vuoi che in almeno la metà di queste non ci sia una pala d’altare stra-famosa, una tomba o un bassorilievo che valga la pena vedere? Sicuro, sì. Eppure, nonostante i ventimila passi al giorno, io non ne ho visto nessuna. Appena una decina da fuori. Posto pure che delle pale d’altare non vi freghi niente, tolte le chiese rimane ancora tutto il resto: isole, quartieri, musei, ponti, piazze… come riuscire a vedere anche solo un decimo di ciò in una giornata? Direi di chiuderla qui, il mito è bello che sfatato.

Mito numero 5: è troppo affollata e fare le foto fighe al tramonto senza tutto il mondo dietro è impossibile.

Non vi illuderò: l’immagine di piazza san Marco deserta, al tramonto, è un OGM che in natura non esiste. I miei quattro giorni di vacanza mi hanno convinta di questo: non c’è momento della giornata in cui la si possa trovare deserta, nemmeno quasi deserta, figuriamoci al tramonto. Tutto il mondo agogna una foto con quel panorama e quella luce. E tutto il mondo, al tramonto, è lì con fotocamere e selfie stick alla mano, pronto a scattare. Provateci, voi, a fare una foto senza che si veda tutto il mondo dietro, solo per dire che Venezia non è troppo affollata. Chi sostiene il contrario mente; e chi ve lo mostra ha usato Photoshop. Ma… ecco che arriva l’ovvietà: basta allontanarsi appena dalla scena madre per trovare degli angoli altrettanto validi per il profilo Instagram che, se non fosse per i ponticelli, l’acqua che scorre tra le case e quei tipi strani che ogni tanto l’attraversano su imbarcazioni a punta portando a spasso dei giapponesi, sembrerebbero proprio angoli di paese; deserti, giuro. Qui, in tutta calma, potete scattare le vostre foto tramontate senza tutto il mondo dietro, ché tanto è rimasto in piazza san Marco, e i vostri parenti capiranno lo stesso che siete stati a Venezia.

Prego, agevolare diapositiva.

Mito numero 6: l’acqua alta.

Non esageriamo; mica mi ha pagato il soggiorno, il comune di Venezia, per smontare anche questo. A ogni modo io, in quattro giorni, non l’ho mai vista. Poi, fate un po’ voi.

Ora, dopo tutto questo sviolinare, non vi è venuta una voglia incontenibile di riempire il trolley e andare? Perché Venezia è bella, davvero bella.

Però… io non lo so se ci vivrei.

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Leggermente scalati, grazie

La storia dei miei capelli dice molto di me; una cosa su tutte: in 35 anni non hanno ancora deciso cosa vogliono essere né quale strada prendere. Ma vogliono esserci e qualcosa la devono prendere, e allora prendono me per sfinimento.

Lisci? Non proprio. Ricci? Tantomeno. Quale sia la loro vera natura ancora si rifiutano di dirmelo.

Lunghi? Magari con una frangia di lato e delle belle onde naturali… Impossibile. La frangia è stata bandita da quando avevo dodici anni. Ci provava gusto a irritarmi la fronte; ad andare sugli occhi e irritare anche quelli. È stata eliminata a tempo indeterminato.

La chioma che cresce e scende sulle spalle come una coperta di lana non la reggo; fa troppo caldo, mi fa sudare e mi fa sembrare più vecchia. E poi non si limita a crescere in lunghezza, lievita in volume e spessore; più i capelli crescono più pesano, e più pesano più pesa farsi la piastra. Perché comunque lisci sì, dai, o almeno ci si prova, dato che ricci l’abbiamo escluso ma di essere crespi e gonfi – siamo tutti accordo – non se ne parla. Quindi no, lunghi no.

Raccolti? Sarebbe bello, certo. Ma andate a dirlo a loro che dentro a un cappio proprio non ci sanno stare. La coda di cavallo diventa un covone che si sfalda e precipita sotto il suo stesso peso. E per la treccia alla Anna Dai Capelli Rossi non sono mai lunghi abbastanza. Due incroci tozzi come salsicciotti e siamo già al punto di dover mettere l’elastico; il risultato si avvicina più al concetto di nodo da marinaio incompetente che a quello di acconciatura e allora meglio rinunciare. Vada per sciolti e ribelli. Ecco, ribelli; direi che è il temine che più gli si addice, ché di stare a posto non ne vogliono sapere.

Se vivessimo in un mondo equo e giusto la soluzione naturale sarebbe un bel taglio corto. Ma noi non viviamo in un mondo equo e giusto. Non ho rovinato nessuna sorpresa, vero? Lo so perché ci ho provato. Due volte. Ed entrambe le volte è stata una tragedia. Mi riferisco al taglio corto non alla giustezza del mondo, anche se ho esperienza pure su questa.

Per affrontare l’argomento tagli, però, bisogna partire dall’inizio e cercare di fare un po’ d’ordine, ché finora per colpa di questi capelli abbiamo solo fatto confusione. Vivono per conto loro, non stanno mai fermi, mi scompigliano anche i pensieri.

Dall’inizio, dicevamo.

Mia madre ha vestito i panni della mia parrucchiera personale finché ho avuto 12 anni; oltre a quelli di cuoca, maestra, sarta, infermiera e stregona comuni un po’ tutte le madri. Fino ad allora è stata l’unica a mettere mani e lame sulla mia testa. Sarà per questo che ho sempre guardato con diffidenza tutti quelli che – con tanto di salone e diploma appeso alla parete – hanno dovuto prendere il suo posto. Non tantissimi a dirla tutta, si contano sulle dita di una mano. È stato il rifiuto di caschetto e frangetta a spingermi oltre il confine del bagno di casa. Volevo di più.

Della mia prima vera parrucchiera ho un unico ricordo significativo: l’acconciatura per la cresima. Modellò il mio caschetto dritto e liscio in un trampolino per il salto con gli sci. Fine. (Se avete bisogno di ulteriori riferimenti visivi provate con piste per skater, roncole o J). Non era giovane né tanto simpatica. L’abbandonai subito. Con subito intendo dopo esserci stata due volte. La mia media ingressi nei saloni si aggirava intorno a uno ogni 12 mesi. Scarsina, eppure sufficiente a capire una cosa: io e i miei capelli non ci saremmo mai sentiti tranquilli e rilassati appesi a quegli scomodi lavelli, tra le mani di un estraneo. Neppure tra le mani di chi me li ha tagliati per vent’anni sono mai riuscita a rilassarmi. Un giorno mi spiegherete, voi che adorate farvi fare lo shampoo.

Per i miei capelli il taglio, anche il più semplice, è sempre un evento traumatico; impiegano settimane per riprendersi dallo choc e tornare alla normalità. Terrorizzati dallo sfilzino non si fidano più nemmeno delle mie mani; non credono userò solo phon e piastra, e forse per paura di essere sradicati del tutto si attaccano alla testa con tutta la loro superficie. Sono giorni orribili per entrambi.

Ho sempre pensato di agire in buona fede, per il nostro bene. Ma il mondo delle acconciature ha una lingua tutta sua che non so interpretare né tantomeno tradurre. Da qui il dramma dei tagli corti. È stata colpa mia, lo ammetto. La prima volta perché ho creduto bastasse mostrare un’immagine per aggirare l’ostacolo nella comunicazione. Povera illusa. Il mese dopo ero in un altro salone, pure in un altro paese, accompagnata da qualcuno che parlasse al mio posto, per rimediare alla delusione di non vedere la mia testa combaciare con quella della modella nella rivista. Ho realizzato solo anni dopo che la mia testa non avrebbe mai combaciato con quella della modella nella rivista.

La seconda volta, di nuovo all’ovile della mia parrucchiera, è andata anche peggio. Ho pensato di potermela cavare con le mie stesse parole, a voce, andando a braccio, senza essermi scritta niente, io! La mia presunzione è stata punita nel modo peggiore possibile: un taglio a scodella. Non ho detto niente. Sono tornata a casa e sono scoppiata a piangere. Uno dei periodi più bui della mia vita. Ci vollero mesi per superarlo. Fu così che capimmo che corti no e che i cambiamenti sono il male assoluto.

Col tempo abbiamo raggiunto il compromesso di una lunghezza media, alle spalle. E abbiamo anche imparato a dire: niente frangia ma leggermente scalati sul davanti, grazie.

Ora, se avete tenuto il conto, avrete capito che la seconda parrucchiera mi ha seguito fino all’anno scorso o quasi.

Ho pensato che ormai i tempi fossero maturi per provare altre mani. In fondo sono passati vent’anni, siamo cresciuti, abbiamo capito come si fa.

Sì, i tempi erano maturi, ma a quanto pare io no.

La magagna è venuta fuori piano, subdola, e si è insinuata nei miei pensieri diventando insopportabile. Uno strano ciuffetto corto e indomabile ha iniziato ad affacciarsi al lato della nuca e assieme a lui un nuovo tormento: ci hanno rovinati di nuovo, vero? Lo sapevo, non hai imparato niente, vent’anni! Vedi? L’avevo detto che non dovevamo cambiare! Non sono nemmeno leggermente scalati, grazie! E adesso, cosa facciamo? Non possiamo tornare lì… ma neppure di là! Cosa facciamo?!

I miei capelli hanno una corsia preferenziale verso orecchie e cervello. Parlano con me, di me.

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Era solo un problema del ca

La mia schiena malandata, alla fine, me l’ha fatta pagare. Mi ha servito il conto ed è stato salato. Per giorni e giorni ho ignorato i suoi segnali che mi sussurravano: fermati; i piccoli fastidi, che poi sono diventati dolorini, che a voce decisa mi intimavano: fermati; e i dolorini che sono diventati pene atroci che urlavano a squarciagola: FERMATI!

Sorda, sono andata avanti.

Ho continuato a giocare. Fino a quando le fitte che sentivo ogni volta che mi alzavo dalla sedia non hanno iniziato a spezzarmi il fiato e camuffare la sofferenza non è diventato impossibile. Allora è stata la paura, oltre al dolore, a fermarmi. Per quasi tre mesi. Mi sono preoccupata, tanto. Così tanto da andare dal medico – io che non faccio una visita da quindici anni – ma non abbastanza da accettare le sue punture come soluzione al problema. “No, per favore!” Ho piagnucolato con tono patetico, pregandolo di darmi un’alternativa.

Ho fatto la radiografia, e allora sì che ho reagito da persona matura! Alla lettura dell’esito è seguita una immediata ricerca di chiarimenti su Wikipedia e un altrettanto immediato attacco di panico: pensavo di essermi sbriciolata la colonna, spappolata, rovinata per sempre. Non giocherò mai più! Poi, il medico, con freddezza ha decretato: “Ti stai irrigidendo. Puoi continuare a giocare a tennis ma ti consiglio di andare anche in piscina.”

-No, la piscina no! La prego, mi dia le punture!

Non c’è niente che odi più del nuoto.

-Ad ogni modo, prima di fare qualsiasi cosa, aspetta che passi il dolore.

Ed eccola, la fonte di tutti i problemi.

Il dolore. Sembrava non volerne sapere di passare. Continuava a muoversi, spostarsi, intensificarsi. Dalla natica al polpaccio. L’immobilità forzata della schiena si è trasformata in immobilità totale. Passavo ore e ore a letto, ginocchia al petto, nella speranza di accelerare la guarigione. E quando pensavo di essere ormai in ripresa, bastava una passeggiata a ritrascinarmi nel baratro.

Mi stavo irrigidendo, anche mentalmente. Senza il tennis, senza una valvola di sfogo, mi riempivo di pensieri negativi e malumore. Non riuscivo nemmeno più a scrivere.

Non giocherò mai più, continuavo a ripetermi.

Poi, lentamente, il dolore ha ripreso ad essere solo un fastidio e il fastidio un flebile sussurro finché il mio corpo non ha smesso di lamentarsi e il silenzio è tornato.

Ho ripreso a giocare e, nello stesso giorno, a scrivere.

Indossare di nuovo gonna e scarpe è stato un tuffo al cuore. Sono entrata in campo emozionata e terrorizzata come a un primo appuntamento. Terrorizzata dall’idea di farmi ancora male.

Ho mantenuto il buon proposito di “non forzare, non esagerare, gioca piano, un palleggio leggero”, appena dieci minuti. Il tempo necessario a riprendere confidenza con le corde. Il mio braccio voleva spingere su ogni palla; a lui, delle mie sofferenze non è mai importato niente.

Ma tre mesi di stop sono tanti e se per la schiena sono stati un balsamo non si può dire lo stesso per il resto del corpo.

I miei polmoni, notoriamente scarsi, richiedono pause più frequenti. I muscoli, in tensione costante per la paura di non sorreggere la colonna, iniziano ad accusare lo sforzo e perfino le mani, senza più i calli, soffrono il contatto con il grip. Dopo un’ora si ribellano alla racchetta sfoderando una vescica sul palmo destro. Non importa, ormai manca poco, stringo i denti, nonostante abbia già fatto più del dovuto, continuo a giocare gli ultimi scambi solo di rovescio. Mi è mancato troppo, mi rode smettere in questo modo. Poi torno in me e mi arrendo. Non voglio ricadere nell’errore di ignorare i segnali.

Mi sento bene, sono contenta. E anche la mia compagna lo è. Il tennis mi è mancato e, a quanto mi dice, anch’io sono mancata.

-In molti hanno chiesto tue notizie.

-Davvero? Mi fa piacere. Stare lontana tre mesi è stata dura per me, sia fisicamente che mentalmente.

-Qualcuno pensava che non stessi più giocando perché avevi rotto col tuo fidanzato.

-Cosa?!

-Mi hanno chiesto come stavi, se ti eri ripresa…

-Ma come?!

-Non lo so, io ho sempre detto che avevi mal di schiena…

-Non capisco… è assurdo!

Lo stordimento è talmente grande che rimango in piedi, in campo a discutere dei perché e i percome. Come hanno fatto a stravolgere così tanto la realtà? Da dove può essere saltata fuori una storia del genere? Non capisco – ripeto ancora – io avevo mal di schiena… come si è passati dai problemi ortopedici ai problemi di cuore? Come hanno potuto pensare che ci fossimo lasc…

Una folgorazione colpisce entrambe.

La sciatica, ragazzi! La sciati-CA! Non lasciati! È stato solo un problema di sciatica!

Ah, il tennis! Quanto mi è mancato.

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Lido Senilità

– Buongiorno!
– Buongiorno!
– Oggi non c’è la signora Teresa?
– Sì, non l’ha vista? È al solito posto, in fondo, vicino ai pini.

Sono le otto e trenta. Al Lido Senilità gli avventori abituali hanno già preso posizione.

Il Lido Senilità è una spiaggia accogliente e discreta, con un sacco di qualità. È facile da raggiungere e ha un ampio parcheggio gratuito a due passi dal mare, la sabbia – quasi chiara – viene pulita ogni giorno, e quando soffia il maestrale l’acqua è quasi cristallina.

Insomma, siamo sinceri, il Lido Senilità non è bello… è simpatico. È una spiaggia libera ma con uno schema che si ripete fisso, da anni: il 4-4-2 degli ombrelloni. Chi è solito frequentarla, infatti, è pure solito piazzare il suo sdraio sempre nello stesso posto. L’età media è alta e i cattivi pensieri corrono veloci quando manca qualcuno all’appello.

– Buongiorno!
– Buongiorno!
– Stavo parlando col signor Piero; adesso saluto il signor Carlo e poi vado a fare il bagno.

Il signor Antonio si appresta a concludere il suo consueto giro di convenevoli prima di tuffarsi.

– Aspetti, l’aiuto io!

Quando al Lido Senilità arrivano nuovi bagnanti, il signor Franco, di vedetta, è pronto a correre in loro soccorso. Percepisce a distanza il cigolio di ginocchia che si piegano a piantare ombrelloni, e appena scorge un approccio a mani nude o con una misera paletta giocattolo alla dura superficie del terreno, subito si fionda a dare manforte. Si è costruito un attrezzo apposta per agevolare l’operazione ed è ben lieto di condividerlo con tutta la spiaggia, purché sia lui a mostrarlo in azione.

– Grazie, davvero gentile! L’ha fatto lei? Che bella invenzione!

Il signor Franco non aspetta altro. Come un padre orgoglioso, inizia a cantare le lodi della sua creatura: un tubo di ferro pitturato di verde con una barra trasversale e una punta a levatorsolo che affonda nella sabbia che è una meraviglia. È un mito ancestrale, quello dell’amore tra il pensionato e il fai da te.

– Buongiorno!
– Buongiorno!
– Vado dalla signora Maria, le chiedo se vuole fare il bagno.

La signora Teresa è una donna di circa …tant’anni, ma non si dice l’età di una signora. Ha i capelli colorazione numero 1, nero corvino, le braccia di un lottatore di sumo e la pelle scura e accartocciata di chi inizia la stagione a maggio. Sopra ogni cosa, la signora Teresa è una cara persona. Maria ha un ginocchio malandato e lei lo sa bene perché è da qualche anno che il Lido Senilità le ha rese amiche. Per questo, ogni mattina, si dirige al suo ombrellone: per darle una mano, anzi due braccia, per aiutarla a sollevarsi dalla sua seggiola, accompagnarla alla riva, sostenerla in acqua, ricondurla alla sua seggiola e legarsi a lei un altro po’.

– Però, non correre!

Eh sì, al Lido Senilità ci sono anche i bambini. Con i nonni, è chiaro.

Marco ha tre anni, una testa fitta fitta di minuscoli riccioli e due gambe con i geni di Usain Bolt. Inventa di elefanti che si arrampicano sugli alberi e nuotano assieme lui. Non si sa bene cosa capiti nella sua mente ma all’improvviso succede che Marco inizia a correre forte; chissà se per inseguire l’elefante o per scappare dalla sua proboscide. Va davvero veloce e la nonna, che già se l’aspettava, pronta, ai blocchi di partenza, con un misto di disperazione e rassegnazione, prova ad andargli dietro, più con lo sguardo che con le gambe. Finisce sempre che tornano: lui con una punizione, lei con una promessa di non farlo mai più infranta il giorno seguente.

– Buongiorno!
– Buongiorno.
– Siamo un po’ stretti… non c’è più posto…
– Non si preoccupi, noi tra poco andiamo via.

Al Lido senilità non tutti sono mattinieri. Sono le undici quando la signora Annalisa si avvicina il più possibile alla riva per stendere il suo asciugamano. Chiede scusa ma, in realtà, non si preoccupa affatto di sistemarsi in un fazzoletto tra due ombrelloni. È sola, e con sé porta soltanto un telo e una borsa di olii abbronzanti. È una patita della tintarella e pare che a lei il consiglio di non stare al sole nelle ore più calde non sia arrivato. Si sforza in ogni modo di mascherare il tempo passato sulla sua pelle. Ha una folta chioma bionda da Barbie decadente che tiene raccolta in un turbante, e labbra come Big Babol: per colore e consistenza.

Ci sono anche due badanti polacche al Lido Senilità, ma solo una volta alla settimana.

– Buongiorno!
– Salve.
– Cos’hai?
– Niente, sono un po’ stanca.
– Eh, stanca alla tua età?! Quando ero giovane io…

E poi, al Lido Senilità, ci sono io.

Io con la mia borsa di pigrizia e asocialità. Io con la sciatica che mi rigiro dolorante, sul mio asciugamano fuxia, alla ricerca di una posizione che non mi faccia soffrire. E vaglielo a spiegare, alla coppia che fa 163 anni in due, che alla mia età già peno per la schiena. Io con la mia pelle latte acido e la ricrescita sulle gambe ché tanto chi mi guarda. Io con la crema protettiva e la Settimana Enigmistica ingiallita dal sole. Io che faccio lunghe passeggiate ché dicono che l’acqua di mare faccia bene per la cellulite. Io che prendo appunti.

Io, nella migliore versione anacronistica di me.

– Arrivederci!
– Arrivederci! Andate via?
– Eh sì, lo stomaco inizia a reclamare. Voi restate ancora?
– Solo cinque minuti, anche per noi è ora di andare.

È mezzogiorno. Al Lido Senilità non è rimasto quasi più nessuno. Neppure io.

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Faccende domestiche

Io odio spolverare.

Di tutte le faccende domestiche è quella che faccio più controvoglia. Aspetto che la polvere manifesti con prepotenza la sua esistenza, che si depositi sui mobili della mia stanza formando uno strato soffice, grigio e lanoso, e che diventi fastidiosa per occhi, mani e naso, prima di decidere di eliminarla, tra uno starnuto e l’altro, a colpi di straccio. Di solito, poi, quando lo faccio, lo faccio pure male. Quasi mai è una pulizia profonda. Il panno arriva fin dove arriva lo sguardo. Sfiora libri e soprammobili. Evita le mensole più alte, l’ultimo ripiano della libreria e tutto ciò che non è immediatamente a portata del mio cortissimo braccio. Non sia mai che salga su una sedia per pulire sopra l’armadio!

Eppure, nonostante detesti farlo, ci sono giorni in cui la mano che tiene lo straccio si spinge in maniera autonoma oltre l’angolo di visuale. Decide di scavare sotto la superficie, di cancellare lo sporco anche da quei posticini nascosti, quelli che tanto non li vede nessuno. Non vuole limitarsi a sfiorare le copertine e inizia a sfilare i libri, a sfogliarli per togliere i granelli da sopra le pagine. Apre i cassetti per eliminare la polvere intrappolata lungo i bordi e sposta vecchie scatole di scarpe che, lei lo sa benissimo, in realtà contengono ricordi. Il suo scopo è mettere ordine, disfarsi di ogni inutile cianfrusaglia accumula-polvere.

Per farlo mi precipitata in un buco nero che fagocita minuti, ore.

Mi trovo davanti la classica capsula del tempo, quella che, di solito, nei film americani viene nascosta in una buca scavata nel giardino di casa, sotto un grande albero. La mia è sepolta sotto un mucchio di ciabatte e pantofole.

Ricordo a grandi linee cosa contiene. Di sicuro un quaderno che avevo utilizzato come una sorta di diario. So di aver scritto solo poche pagine e penso di strapparle per riutilizzarlo. Era un bel quaderno, un regalo, è un peccato tenerlo nascosto. Apro la scatola soprattutto per questo.

La prima cosa che trovo, però, non è il quaderno ma un’altra scatola, di plastica, a forma di cuore. Un tempo conteneva cioccolatini.

La seconda un compasso.

Sotto questo primo strato di detriti grossolani e male assortiti ne scopro uno molto più omogeneo fatto di lettere, cartoline, biglietti e ritagli di giornale. Una montagnetta di carta che non posso ignorare. Inizio con le cartoline e un sorriso si allarga sulla mia faccia.

Evito le lettere, mi riporterebbero indietro di 20 anni e me ne ruberebbero altrettanti. Do una veloce occhiata ai ritagli di giornale. Foto e articoli del mio idolo calcistico dell’epoca, gelosamente custoditi in una bustina trasparente. Sospiro e rimetto ogni pezzetto di carta al suo posto, come l’ho trovato.

Alla fine, dal fondo della scatola, prendo il quaderno. Non mi sbagliavo. Ne ho usato una decina di pagine appena. Nell’aprirlo scopro persino un paio di foto di quando non ero né carne né pesce, ma di certo un degno membro della famiglia dei mitili. È passato abbastanza tempo da riuscire a guardarle con tenerezza ma non così tanto da accettare che qualcun’altro possa vederle. Le ricaccio in mezzo alle pagine.

Seduta a gambe incrociate sul pavimento, inizio a leggere saltando tra le righe, senza un ordine ben preciso; combattuta tra l’andare avanti con la pulizia di fondo e il lasciare che polvere e ragnatele continuino ad ovattare i miei ricordi.

Tra citazioni e stralci di canzoni multicolore, ritrovo le mie parole. Le leggo controvoglia. Non sono mai stata un’amante del diario segreto e questo quaderno ne è la prova. Non ho mai pensato al foglio bianco come a un luogo in cui nascondermi.

Lo stile è quello fumoso e contorto dei reticenti. Riesco comunque a rivedere quel periodo. Un po’ mi fa piacere, un po’ no.

Chiudo il quaderno. L’intenzione di strapparne le pagine e riciclarlo è svanita. Lo rimetto sul fondo della scatola. Lo ricopro con lettere, cartoline e scatola a forma di cuore. Rimetto tutto a posto. Tutto. Persino il compasso. Non ho più voglia di fare ordine. Le uniche cose che finiscono nel bidone della spazzatura sono due biglietti del pullman e il cartoncino pubblicitario di un negozio di biciclette. È passata un’ora. Raccolgo lo straccio e provo a finire ciò che avevo iniziato.

Io odio spolverare.

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Viaggi nel tempo

Adoro il potere delle canzoni di legarsi a filo doppio a precisi istanti della mia vita. Mi sorprende sempre la loro capacità di spalancare finestre dentro il mio cervello. Aprono cassetti che non sapevo nemmeno di avere chiuso e riportano alla mente immagini del passato con una nitidezza e una precisione inaspettata.

Muovono un senso di meraviglia da gioco di prestigio. E il sorriso si accende perché mi trovo di nuovo lì, in quel luogo, in quell’esatto momento.

È una macchina del tempo che si mette in moto con le canzoni più disparate, che dicono tutto e il contrario di tutto della mia infanzia e dei miei gusti in fatto di musica.

Una magia che mi riporta a una data qualsiasi del calendario a rivivere l’infinità di dettagli trascurabili che formano la mia esistenza.

Sono diapositive d’estate:

Gianna Nannini canta Profumo e io ho di nuovo otto anni. Sono sul sedile posteriore della Polo blu di mio padre di rientro da una giornata al mare, a Santa Margherita. Avremo ascoltato quella cassetta migliaia di volte, in migliaia di altri viaggi, di certo anche andandoci, verso il mare. Allora, perché proprio il rientro?

Poi, un suono quasi impercettibile, come di un dito su un vetro, si trasforma nella fotografia di un gesto fulmineo: il braccio di mio padre che scaraventa I maschi fuori dal finestrino. (Eccesso di difesa personale; il cliente ha agito d’impulso per salvare la vita della sua nuova autoradio dalla cassetta rea di aver minacciato di incepparsi. Il fatto è caduto in prescrizione.)

Adesso a cantare sono Franco IV e Franco I. Li conoscete? Nemmeno io. Ma per dovere di completezza ho cercato su Google gli autori della canzone in oggetto: Ho scritto t’amo sulla sabbia, ennesima perla del mio campionario musicale. Sono di nuovo in viaggio, questa volta di rientro dal Poetto. Ignoro la mia età ma rivedo chiaramente la cassetta con un grosso 60 stampato sopra, omaggio del Tv, sorrisi e canzoni, morta di morte di naturale.

Sulle note di Dream on dei Radiohead, invece, torno diciottenne. Sono con i miei compagni di classe. Abbiamo cenato a Calasetta e ora stiamo camminando sulla strada buia e deserta che riporta alla villetta della prima vacanza senza i miei. Iniziamo a cantarla assieme, attacchiamo nello stesso istante, senza nessun preavviso. E ridiamo.

Ancora un ritorno. Se è vero che tre indizi fanno una prova, all’andata dormivo.

Ma non tutti i ricordi portano al mare.

Un’altra cassetta, creata apposta da mio fratello, suona una sola canzone: Carrie degli Europe. Adesso sono in terza media, sul tappeto della camera dei miei, ai piedi del letto. La radio sul pavimento accompagna la mia coreografia per il compito di educazione fisica. Provo e riprovo la capovolta sulla spalla con scarsissimi risultati e mando anatemi e alla mia prof per l’inutile tortura e l’umiliazione certa. Tutt’ora.

L’elenco potrebbe andare avanti all’infinito ma non voglio essere io a scavare nel passato. La magia sorprende quando arriva inaspettata.

Così è quando dopo vent’anni i Sottotono si ripresentano alla mia porta cantando Solo lei ha quel che voglio. Sono di nuovo tredicenne e di nuovo in auto. Stavolta, a guidare, è il mio allenatore di pallavolo e viaggio con altre compagne di squadra. È domenica, giochiamo in trasferta non so dove. Ho la testa poggiata sul finestrino e sento questa canzone per la prima volta.

Non immagino affatto, e nemmeno i Sottotono, che sarà per sempre la colonna sonora di quell’istante e che quando la riascolterò, il 19 aprile 2017, rivedrò quell’auto e il mio allenatore; e poi il suo vice, la cassetta con quel brano che mi diede prima di un allenamento, il palazzetto in cui mi allenavo, le mie compagne di squadra, le partite, Mila e Shiro e tutta la mia adolescenza, e sull’ultima nota mi chiederò perché mai una parte del mio cervello sia occupata da questo ricordo e non potrò fare a meno di scriverlo sulle pagine del mio blog.

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C’era Linus a casa mia

Stanotte ho sognato

Ho deciso di inaugurare una rubrica dedicata ai miei sogni.

Fermi: non scappate, niente di sdolcinato, non è nel mio stile. Non parlo di sogni ad occhi aperti, desideri nel cassetto e melasse varie. No, intendo proprio i sogni che produco in totale stato di incoscienza, quelli che la mattina mi fanno dubitare della mia sanità mentale, ma allo stesso tempo mi strappano un sorriso compiaciuto. Quei sogni che mi fanno venire voglia di stringermi la mano, darmi una pacca sulla spalla e dire: “Brava!  Se puoi scrivere trame così assurde, avvincenti e complesse ad occhi chiusi, chissà cosa riuscirai a fare quando li avrai aperti.”

Finora niente, ma non demordo.

Mi capita spesso di sentire il bisogno di scrivere ma non avere niente da dire. Ora, finalmente, l’ispirazione è arrivata. Ho realizzato di essere seduta o, meglio, sdraiata su una miniera inesauribile di storie incredibili. Thriller demenziali, horror strappalacrime, commedie ansiogene, tragedie ridicole. E non ho invertito gli aggettivi per sbaglio. A volte con finali a sorpresa, più spesso senza un finale ma con un brusco risveglio.

Bene, è giunto il momento di mostrare al mondo questa dote e sfruttarla a mio vantaggio. Se ci fosse un bravo analista in sala, io sono qui.

Giuro di dire tutta la verità, cioè, giuro che i fatti sono realmente accaduti, uff…insomma, giuro di riportare fedelmente i fatti sognati.

Ogni trama richiama a sé il suo stile narrativo. Quello dei sogni inizia così:

Stanotte ho sognato che…c’era Linus a casa mia. Il deejay, non quello con la coperta.

Parlava con una voce piuttosto rauca perché la sera prima c’era stata la festa per il compleanno della radio e forse aveva cantato e urlato un po’ troppo. Stava seduto sul divano della mia cucina e dal telefono mostrava alcuni video della serata a un gruppetto di persone che gli stava attorno. Chi fossero e cosa facessero questi, a casa mia, lo ignoro.

Allo spettacolo io non c’ero stata. Ma non perché la festa fosse a Torino e io nel mio sardo paesello. No, non c’ero stata perché avevo avuto il compito di controllargli la casa mentre lui era sul palco, di fare la guardia alla sua proprietà. È ovvio.

E mentre lui raccontava e commentava le immagini che continuavano a scorrere sullo schermo, io, in disparte, poggiata allo stipite della porta, pensavo: “l’anno prossimo, se dovesse richiedermelo, gli dico di no, non ci vado a guardargli la casa. Voglio andare anch’io alla festa!”

Fine.

Appena sveglia sembrava un’idea migliore.

 

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Vita senza internet

Dal diario di Laura Supertramp.

Mercoledì 14 dicembre 2016: tredicesimo giorno della mia vita senza linea telefonica. Sola, su un pullmino sfasciato, nel bel mezzo di una landa ghiacciata, con un’offerta da 500 MB settimanali per il mobile. Ho già consumato l’80% del traffico di questa settimana e fino a domenica non ne riceverò di nuovo. Inizio ad avere le allucinazioni. Mi sembra di sentire l’eco di tutti i supplichevoli “Torna!” della Vodafone che ho ignorato negli ultimi mesi. La carenza di input da pc sta causando una sovrapproduzione di scenari terrificanti.

Tutto ciò che fino ad ora ho sempre dato per scontato, quell’errare spensierata da un sito all’altro, quello scorrere infinito di video di cuccioli su Instagram, quei megabyte che il wifi ha sempre reso superflui, ora mancano più dell’acqua in un deserto.

All’improvviso ogni risorsa legata alla rete è diventata di vitale importanza. Non posso fare a meno di conoscere l’età del tizio qualunque che sta andando in onda in questo istante. Ho un’impellente necessità di sapere come si curano gli acufeni. Devo cercare la ricetta dei linzer cookies: no, non basta, voglio un tutorial di due ore che spieghi nel dettaglio, dalla rottura del guscio d’uovo all’inserimento della teglia nel forno, come farli. Sento persino il desiderio urgente di seguire qualche modulo Fad. Ma, più di ogni altra cosa, devo assolutamente controllare gli Insights di Facebook.

A rendere il quadro ancora più apocalittico, il Natale che incombe.

Se c’è un periodo dell’anno in cui non si dovrebbe restare senza internet è proprio questo.

La mia esistenza si suddivide in anni Avanti Amazon e Dopo Amazon. Da quando è entrato nella mia vita, il mio rapporto con gli acquisti natalizi è del tutto cambiato. Non posso più fare a meno delle sue stelline. Finora ho sempre fatto tutto dal pc e in questi giorni di isolamento forzato ho dovuto limitarmi alle operazioni minime consentite dal mio misero smartphone.

Ieri, però, in preda alla disperazione, con la faccia incollata a quel minuscolo schermo, ho fatto un acquisto. Ho cercato per un’ora gli articoli giusti, controllando di continuo i dati consumati. Ho riempito il carrello e mi sono preparata per pagare. Prima, ovviamente, ho dovuto scaricare un’applicazione della banca che fino a quel momento era sempre stata inutile. 47 recensioni e una media di tre stelline. Non promette niente di buono e mi fa temere per le sorti del mio acquisto. Il tempo passa e il traffico pure. Finalmente riesco nell’impresa e all’ultimo passaggio i miei regali non sono più disponibili.

Cerco di non imprecare e di trasformare tutto il mio odio per la Telecom in energia positiva, nella speranza che gli articoli tornino presto disponibili. Entro ed esco dalla pagina almeno sei volte e alla fine la fortuna mi assiste. Porto a termine la transazione. A fine serata, quando spengo il telefono, mi rimane poco più del venti per cento dei dati.

Adesso, in quest’arida terra non connessa e col terrore di restare isolata a vita, mi trovo a centellinare le mie sortite su Google e a elemosinare la rete dagli amici.

Affido questo mio ultimo post a un piccione viaggiatore perché sento di dover lasciare una traccia della mia storia.

La felicità non è reale se non hai due giga di internet al giorno sul telefono.

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