Weekend a Parma. La mia versione dei fatti. Epilogo.

Domenica. Il giorno del tour nel parmense.

La sveglia alle sette arriva come un cazzotto in piena faccia: non ho idea di dove mi trovi, cosa stia succedendo e chi possa volermi così tanto male da infliggermi questa sofferenza. Le ore di sonno si sono ridotte ulteriormente, le mie occhiaie non mentono. Cerco di limitare i danni con doccia e fondotinta e di tenermi sveglia col pensiero di una tazza di tè e di una colazione lenta.

Le nostre valige sono già pronte, stiamo per lasciare l’albergo e nel pomeriggio saluteremo anche Parma.

Questi ultimi giorni sono stati un concentrato di intensità. Tutta la gamma di esperienze che si possono provare in un intero ciclo scolastico, racchiuse in un unico fine settimana: dall’ansia del primo giorno di scuola, all’ansia dell’esame di fine anno passando per conviviali e abbondanti merende.

Ora, manca solo la gita.

Ricontrollo la stanza tre volte prima di chiudermi la porta alle spalle e uscire, di nuovo con il trolley al seguito. L’appuntamento è alle 8:45 in una via che non aspettatevi che sappia come si chiama. Abbiamo tempo per la nostra agognata colazione. Passiamo davanti a un bar carino, accogliente, davvero invitante, ma non ci fermiamo. Siamo ancora distanti, meglio andare in un posto più vicino al punto di ritrovo.

Eccola: la seconda peggiore idea di tutto il weekend. È domenica, non incontreremo mai più un altro bar aperto.

Saliamo sul pullman deluse e imbronciate. Fame, stanchezza e assenza di caffeina non sono certo le compagne di viaggio ideali, ma resto positiva: ci fermeremo presto e una volta a destinazione troveremo un posto per rifocillarci.

Provo ad entrare in clima tour. Negli ultimi mesi ho avuto modo di fantasticarci parecchio. La mia testolina è piuttosto brava nell’arte del costruire castelli in aria, anche con nulla; pensate quali opere grandiose possa essere in grado di produrre quando viene pungolata, stuzzicata e immersa per settimane in un mondo fantastico fatto di immagini di Parma, Busseto, Roncole e di tutti quei posti meravigliosi che chiamano terre verdiane. Il mio cervello sognatore non poteva che delineare un preciso scenario a fare da sfondo a questa storia.

Ora, dopo tutte queste premesse, che effetto credete possa fare sentirsi dire: “Prima tappa Ozzano Taro”?

Ozzano Taro?! Questa domenica non è certo iniziata nel migliore dei modi; aggiungete una finissima pioggerella che va ad accomodarsi dritta dentro le mie ossa ed è un attimo che il quadretto entusiasmante si trasformi in un deprimente episodio di Anna dai capelli rossi.

Ma questo è un #SDBtour, non un tour qualsiasi.

E allora partiamo. Attraversiamo la campagna parmense che dorme silenziosa sotto una sottile coperta di nebbia e in poco tempo raggiungiamo la nostra prima meta: il Museo Ettore Guatelli, non un museo qualsiasi, ovviamente. Un vecchio podere che accoglie una collezione di 60.000 oggetti d’uso comune legati alla vita contadina, trasformati in una gigantesca opera d’arte srotolata su pareti e soffitti. Il risultato di una mente visionaria e geniale, il racconto di una storia senza tempo di tradizioni e quotidianità.

La prima parte della mattina fugge veloce, col naso all’insù ad immaginare le vite dietro quelle migliaia di utensili.

Risaliamo sul pullman e proseguiamo con il nostro itinerario. Seconda tappa: il Museo del Pomodoro e il Museo della Pasta. In breve, fenomenologia degli ingredienti alla base di ogni mio pasto dal post-biberon a oggi. Come non restarne affascinati. Se non fosse che è passato mezzogiorno, la tanto attesa colazione non è mai arrivata, e ad ogni immagine di fusillo, rigatone e pennetta le mie gambe mostrano segni di cedimento.

Ma non c’è tempo per struggersi, salutiamo il paradiso dei carboidrati e siamo di nuovo in viaggio per la terza tappa del tour: l’azienda vitivinicola Monte delle Vigne. Tutto in questo posto, dalle colline circostanti ai filari ordinati, dai racconti sulla maturazione ai nomi dei vini, dalle botti di rovere ai calici panciuti, proprio tutto, qui, mi fa rimpiangere di essere astemia. E mi ricorda che sto morendo di fame. Per fortuna arriva anche il momento della degustazione. Pasteggio, neanche a dirlo, con parmigiano e salumi e innaffio il tutto con fiumi di acqua naturale, lanciando sguardi supplichevoli di perdono alle organizzatrici.

La nostra gita è conclusa, dobbiamo rimetterci in cammino verso l’ultima meta: la stazione.

L’ansia da treno in partenza rende i saluti sbrigativi e li alleggerisce della tristezza da epilogo. Fermiamo quell’attimo in una foto di gruppo, prima di separarci e correre al binario. Solo due lunghi abbracci a chi più di tutti ha contribuito a rendere memorabile questa esperienza, e si parte.

Prendo posto. Il mio vorticoso weekend è giunto al termine. Guardo fuori dal finestrino.

Chissà com’è Parma…

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Weekend a Parma. La mia versione dei fatti. Capitolo II

Sabato.

Il giorno dei project work.

La sveglia suona alle 6:30. Ho dormito appena quattro ore.

Questo strano vortice che chiamano #SDBAwards sembra avere il potere di distorcere la realtà: amplifica le emozioni, riduce le distanze, dilata i tempi. Tranne le ore di sonno: quelle restano sempre quattro.

Per una delle mie compagne è già tempo di ripartire. Quella diffidenza iniziale si è trasformata, chissà come e quando, in stima e affetto. Saranno stati i pettegolezzi in auto o gli aneddoti sul Casu Marzu ad averci avvicinate. O magari l’avermi vista in ginocchio, con la mia spugna rosa tra le mani, nel disperato tentativo di eliminare una colata di shampoo dalla maglia che avrei dovuto indossare la mattina dopo.

Fatto sta che una volta sveglia, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali e del tutto consapevole delle conseguenze a cui vado incontro, azzardo: “non abbiamo nemmeno una foto assieme”. In quelle condizioni, in pigiama e con mezza faccia ancora attaccata al cuscino è un’innegabile dimostrazione di amicizia. Scattiamo una decina di foto prima di arrenderci all’evidenza: meglio di così non vengono, neppure col filtro bellezza.

Ci salutiamo, tutte e tre sinceramente dispiaciute di doverlo fare così presto. È un attimo. Il tempo di realizzare che siamo rimaste in due e veniamo riassorbite dal vortice dei progetti. La mia compagna ripassa il suo discorso per l’esposizione. Io, al momento, continuo a pensare alla maglia.

Otto e trenta, minuto più, minuto…più, lasciamo l’albergo: direzione Workout Pasubio. All’interno fervono i preparativi, stiamo per iniziare e ancora nessun segno di agitazione. Secondo il programma, io e i miei compagni presenteremo il nostro progetto alle 15:45. L’ultima volta che sono salita su un palco avevo quattro anni, dovevo recitare la poesia per la festa della mamma davanti a un’intera platea di genitori. Ho esordito con “non me la ricordo più” e sono scoppiata a piangere. Speriamo che stavolta vada meglio.

Riesco a godermi l’intera mattinata, ad ascoltare i progetti altrui e a socializzare. Aumentano le interazioni che vanno oltre il ciao. Non tengo più il conto dei compagni, continuano a saltarne fuori di nuovi, e spesso mi trovo a cercare conferme: “ma anche lui/lei è in classe con noi?” Maledette foto profilo…

Andiamo in pausa pranzo. È il momento del social picnic: una tavolata di prodotti tipici portati direttamente dagli sqcuolari, un trionfo di salumi, formaggi e dolci, provenienti da ogni parte d’Italia. Assaggio tre regioni – la mia aspettativa di vita si riduce di un anno a ragione – e sono già sazia.

Il tempo scorre veloce, si riprende con gli interventi. Indosso la maglia della SQcuola e assieme all’abito cambio le preoccupazioni: dallo shampoo all’esposizione. Facciamo una prova assieme alla nostra tutor. Siamo pronti. Ci accomodiamo sul divanetto verde ad ascoltare e commentare il gruppo che ci precede. Faccio uno sforzo immane per restare concentrata sul loro discorso e non pensare al mio.

È il nostro turno. A me il compito di introdurre il progetto. Seguo le slide e il mio copione fila rapido e indolore. Lascio il microfono come fosse una patata bollente e cedo la parola alla mia compagna. Un attimo dopo realizzo di avere dimenticato una parte del discorso. Troppo tardi. Non dico niente. E non mi metto a piangere. Sto migliorando.

Dopo la presentazione c’è spazio per un breve dibattito, troppo breve, come tutto in questi giorni. Vorrei andare avanti a discutere ma dobbiamo cedere il palco ad un altro gruppo. Non importa, abbiamo scollinato. Da qui in avanti è tutta discesa.

Alle 18:30, nella sala, si vedono solo facce sorridenti, meglio così per le foto di gruppo. I project work sono finiti e abbiamo un paio d’ore per rilassarci e prepararci per la serata. Io e la mia compagna facciamo due passi prima di rientrare in albergo. Ce la prendiamo comoda, un po’ troppo forse. Arriviamo al ristorante per ultime.

Sediamo assieme ad ex-alunni, tutor e prof, e la cena ha inizio. Tra me e la torta fritta è amore a prima vista. Solo con l’antipasto di salumi perdo cinque anni di vita e tra i tagliolini col culatello e i tortelli alle erbette altri due. Mi gioco la quantità di grassi di tutto il 2017 ma ne vale davvero la pena.

Per il dopocena ci viene proposto un interessante campionario di alternative, balere e circolo bocce compresi; così, terminati i brindisi in rima baciata, possiamo finalmente andare a conoscere Parma.

Non aspettavo altro.

Percorriamo una strada che non so come si chiama e sbuchiamo su una piazza che non so come si chiama. Carina, però. Io e la mia compagna ci fermiamo per farci qualche foto. Forse è meglio se ci voltiamo e riprendiamo la piazza piuttosto che l’impalcatura alle nostre spalle, suggerisco. Ottima idea. Ci giriamo. Scattiamo. Ridiamo un po’. Ci rigiriamo. E il nostro gruppo è scomparso. Davanti a noi tre strade e nessuno in vista. Ne prendiamo una a caso sperando sia quella giusta. Vediamo qualcuno in lontananza, aumentiamo il passo. Sono loro, siamo salve. E siamo su un’altra piazza che non so come si chiama.

Si sono fatte le tre. Quel variegato ventaglio di proposte entusiasmanti per il dopocena si è ridotto ad una sola opzione: andare a dormire.

Ok Parma, ci riproviamo domani.

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Weekend a Parma. La mia versione dei fatti.

Capitolo I

Sono un’abitudinaria patologica, si sa, e i miei viaggi si somigliano sempre un po’ tutti. Basta un’occhiata a questo vecchio post per capire la gravità della situazione.

Dai preparativi al ritorno a casa, elementi fissi e imprescindibili si ripetono come intere macro-sequenze: incubi, spazzolini, caramelle, ombrelli, ritmi frenetici, occhi sbarrati, occhi sognanti, occhi tristi e sconsolati.

È andata così anche stavolta. E non ci sarebbe nulla da raccontare se non fosse per un’enorme differenza: è il mio primo viaggio in solitaria.

Il motivo della partenza, gli #SDBAwards: tre giorni immersivi nel mondo del social media marketing, tra conferenze, presentazione di progetti e tour nel parmense.

Venerdì.

La notte prima del volo, come da programma, dormo poco e male. Il percorso da casa all’aeroporto lo passo a riesaminare le liste spuntate nel mio telefono. Ho fatto tutto quello che avevo scritto ma ho scritto tutto quello che dovevo fare? È un tarlo che mi rode da 24 ore.

Il controllo bagagli è il momento di maggiore ansia. Nella mia valigia un pezzo di pecorino aspetta di sapere se riuscirà a salire sull’aereo. Per fortuna fila tutto liscio.

Atterrata a Parma mi limito a seguire la massa e a copiare dagli altri. Salgo sul bus che mi porterà in centro; la familiarità con i mezzi pubblici mi tranquillizza. Scendo alla fermata della stazione e inizio a trascinare il mio trolley. Con la mano libera imposto il navigatore sul telefono. Prima di capire quale direzione prendere ne provo due o tre osservando le reazioni del puntatore.

Ok, sono sulla strada giusta. Con un occhio alla mappa, uno alla borsa e uno alla valigia – no, un attimo, gli occhi sono solo due! Vabbè, rinuncio a guardare la borsa – mi dirigo verso la mia destinazione.

Le temperature, che dovevano essere polari secondo gli abitanti della zona e secondo ilmeteopuntoit, sono decisamente più alte e la coperta camuffata da sciarpa sulle mie spalle, unita al mezzo chilo di ansia che mi porto in tasca, inizia a farmi sudare. Dieci minuti di camminata veloce con trolley al seguito sono sufficienti per farmi arrivare sfatta alla meta.

Entro. Mi iscrivo e guadagno un sempre gradito blocchetto per gli appunti. Lascio il bagaglio nella hall e mi siedo nella sala conferenze. Peccato siano le 12:40 e manchino venti minuti alla conclusione. Carica di adrenalina per la piccola impresa compiuta – non essermi persa – non colgo una parola del discorso del relatore. Devo sventolarmi e riprendermi dallo stordimento generale. Mentre cerco di ambientarmi il navigatore annuncia ai presenti che sono arrivata a destinazione.

Cinque secondi di puro imbarazzo.

Passati.

Inizio a studiare i volti dei presenti cercando quei 42 compagni di classe di cui conosco solo la versione facebookiana. Provo a ricollegare facce reali e foto profilo. Anche ricordare i nomi non sarebbe male.

Individuo quelle con cui dividerò la camera per i prossimi due giorni e terminata la conferenza mi avvicino sorridente per presentarmi. Lo sguardo terrorizzato di una delle due mi invita a fornire rassicurazioni. Sperando che legga il labiale a distanza, le dico: “sono la tua compagna di stanza!”.

Non abbiamo molto tempo per i convenevoli. I seminari riprenderanno alle 14:30 e dobbiamo rifocillarci. Ci spostiamo in una tavola calda poco distante dove mangio le mie prime fette di prosciutto crudo del weekend. Tra il tragitto, una capatina in bagno, il pasto e la fila davanti alla cassa, riesco a parlare con sei persone; me ne mancano solo 36. La mia compagna di stanza continua, a ragione, a guardarmi con diffidenza ma riuscirò a convincerla che sì, sono un po’ pazza ma inoffensiva.

Torniamo in sala conferenze e dopo un solo intervento devo nuovamente abbandonare la stanza. I miei compagni di progetto mi aspettano, abbiamo una presentazione da terminare. Lavoriamo fino alle 18, perdiamo tutti gli interventi e ci riuniamo al gruppo solo a manifestazione conclusa. Abbiamo giusto il tempo di posare i bagagli in albergo prima di ributtarci sui progetti. Ceniamo in ufficio, sulle scrivanie, davanti ai pc, con una fetta di pizza o una porzione di riso alla cantonese da una parte e il mouse dall’altra. Arriviamo a mezzanotte che non siamo più in grado di elaborare frasi di senso compiuto. Lasciamo le rifiniture al giorno dopo. Torniamo in albergo. Spegniamo le luci e finalmente dormiamo.

No, dormono.

Io resto sveglia fino alle due e mezza, ancora carica di adrenalina e con la pancia in subbuglio che emette gorgoglii di ogni sorta. Divido la stanza con due perfette sconosciute e questo è il mio biglietto da visita. Mi raggomitolo e cerco di attutire i rumori in ogni modo, senza ottenere risultati. Posso solo sperare che la stanchezza delle mie compagne superi le mie interferenze.

Alla fine il brontolio si placa e anch’io posso cadere tra le braccia di Morfeo.

Domani ci aspetta un’altra lunga giornata.

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Direzione carcere

Mi nutro di storie. Sono la mia linfa vitale e il mio punto di riferimento. Le cerco in tutto ciò che mi circonda, soprattutto nelle vite degli altri. Ascolto, osservo e automaticamente confronto e associo scene reali a film e romanzi.  Non riesco a farne a meno. La similitudine è la mia figura retorica preferita. Dopo l’iperbole, è chiaro.

Per questo ho sempre parlato con toni entusiastici delle ore passate sui mezzi pubblici. Non solo perché sono una pazza esaltata incline all’euforia ingiustificata, ma perché intervistare passeggeri sulla qualità del servizio si è sempre rivelata una fonte inestinguibile di racconti. Ignare dell’esame radiografico a cui in realtà venivano sottoposte, le persone si trasformavano in personaggi e le loro parole in copione. Esterno giorno, scena prima.

Arrivata alla quinta stagione, però, anche la serie più originale diventa ripetitiva e banale. La trama è stata sviscerata a fondo e gli attori, stanchi e sbiaditi, non riescono a trasmettere più nessuna emozione. Tutto quello che si poteva dire è stato detto.

Così credevo, ma mi sbagliavo.

Quest’anno gli sceneggiatori hanno superato sé stessi, hanno unito i cervelli e hanno creato una trama avvincente, ricca di drammi e colpi di scena. Per riuscirci è bastato mettere me e i miei occhi, ingenui e incoscienti, per 5 ore su una nuova linea diretta niente meno che al carcere. Wow! Prison Break mi fai un baffo!

Il risultato è stato un lungo road movie, andata e ritorno, verso un mondo parallelo dove il bene e il male si invertono, si mescolano e si confondono. Protagonisti assoluti: detenuti in libera uscita e mogli in visita.

Mi sentivo come una bambina al luna park: sguardo fisso e sorriso imbambolato. Incredula. Perché nonostante la situazione presupponesse un atteggiamento serio e maturo da entrambe le parti, l’atmosfera era insolitamente allegra e spensierata, surreale direi, con scambi di battute brillanti e sarcastiche.

È iniziato tutto con le signore che rientravano dal turno di visita. Dopo aver dato i loro giudizi sulla frequenza della linea, la pulizia e la puntualità, hanno voluto condividere con me anche le loro opinioni sul nuovo penitenziario, su quanto il precedente alloggio fosse migliore di quello attuale, sulle nuove restrizioni in merito a ciò che si può o non si può portare ai carcerati: la verdura cotta sì, cruda no; la carne di agnello no, le bistecche di maiale sì; le scarpe nuove sì, quelle vecchie no…

Mentre discorriamo come dirimpettaie di ciò che per loro è routine e per me fantascienza, il lampeggiante di una camionetta scortata da un’auto della polizia attira la nostra attenzione e sposta la conversazione sul nuovo arrivato: “ne hanno beccato un altro, dev’essere un pezzo grosso…” dicono. Non so cosa rispondere. Ma non ho nemmeno il tempo di fare congetture sui crimini più comuni che possono averlo portato fin lì (furto, omicidio…) che l’approssimarsi al bus di un uomo con due pesanti bustoni mi riporta di colpo alla realtà. “A lui non farla l’intervista, ha appena ripreso a respirare l’aria pura” è il premuroso consiglio di una delle signore. Giusto, sarebbe tempo perso, cosa vuoi che ne sappia della puntualità del servizio…penso io, cinica e pratica.

Dopo una sola corsa su quella navetta il fascino del male mi aveva conquistata. Mi giravano per la testa infiniti scenari possibili, ma mi trattenevo dal chiedere dettagli ai miei compagni di viaggio. Il mio bisogno di teatralità era già stato ampiamente soddisfatto. E ancora non era finita. Mi aspettava la corsa coi detenuti di rientro dalla libera uscita.

Avevo un compito da svolgere, però. Quindi, cartelletta alla mano, mi calavo di nuovo nel ruolo dell’intervistatrice:

Io – “Professione?”

Lui – “Delinquente incallito”.

Io – “Questa non è una professione; al massimo un hobby.”

E giù a ridere, intervistatrice e carcerato.

Eravamo solo alla terza domanda del questionario. Ma su quella linea anche i quesiti più banali sembravano diventare fonte di imbarazzo. Ha mai viaggiato senza biglietto? Per quale motivo usa il bus? Ha un mezzo di trasporto? Controlla mai gli orari sul sito o sull’app? Davanti ad ognuna di queste avevo un attimo di esitazione. E ogni volta mi stupivo delle loro risposte gentili e autoironiche.

Arrivati al carcere ci siamo salutati come vecchi amici e dati appuntamento per i prossimi rilievi, a luglio. Qualcuno ci ha tenuto a dirmi che per allora sarà già uscito.

Ultima corsa. Rientriamo, l’autobus è vuoto, ci siamo solo io e l’autista. È scesa la notte e una pioggia scrosciante. In lontananza le luci della città si fanno sempre più vicine…

Eh sì, davvero bravi stavolta gli sceneggiatori.

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Perché no?

Forse sono alla ricerca di me stessa.

Oppure sto sviluppando un’apertura mentale straordinaria.

Oppure sto impazzendo.

Non si spiegano altrimenti le scelte, oltremodo anomale, in cui mi sono imbarcata negli ultimi tempi.

Tutto è cominciato con l’iscrizione al corso da GAC (leggasi giudice arbitro di campionato).

Perché no? Mi sono detta. Sono pur sempre una tennista, se nel significato del termine rientrano anche quelli che hanno preso in mano la racchetta una decina di volte nell’ultimo anno. Non c’è niente di strano nel volere approfondire la conoscenza di questo sport, studiare i regolamenti, la casistica, le formule di campionato, la misura dei campi, l’altezza delle reti… Potrei scoprire che sono davvero portata per fare il giudice, che prendere decisioni sull’operato di giocatori irascibili è quello che ho sempre sognato, potrebbe diventare la mia professione, potrei pure fare carriera…

Niente di strano, vero? Lo pensate anche voi, vero?

Bene, supponiamo che questa ve la siate bevuta e che ancora vi fidiate delle mie capacità di discernimento.

Come la giustifico, adesso, la domanda d’iscrizione al corso da apicoltore?

Prendo sempre il tè con un cucchiaino di miele e quando ero piccola ero una fan dell’Ape Maia. Non credo sia un’argomentazione valida. Ad essere sinceri, poi, il mio preferito era Flip, la cavalletta. Ho il terrore delle punture e penso che soffocherei dentro uno di quegli scafandri gialli. Eppure è bastato un semplicissimo messaggio da un’amica, un banale “ti potrebbe interessare?” per farmi dire, ancora una volta, perché no? Potrebbe essere un’attività affascinate, il biologico è la nuova frontiera. Potrei produrre qualcosa di concreto e stare a contatto con la natura, potrebbe essere la mia vocazione, potrei eccetera eccetera…

Questa non convince neanche me.

C’è qualcosa che non va.

Ho la sindrome del “perché no”. Mi ritrovo ad errare nel web alla ricerca dei corsi più disparati: calligrafia, lettering, scrapbooking, pasticceria, latte art, panificazione e pianificazione, marketing, business plan…e a sottoscrivere ogni progetto che racchiuda in sé un barlume di prospettiva.

L’ultima conferma di questo delirio è stata accettare di fingermi esperta di comunicazione. Perché no? Si tratterebbe di scrivere slogan pubblicitari, descrizioni astratte imbottite di retorica (se possibile, grammaticalmente corrette), e occuparmi dei social di una società nascente. Fantastico! Finalmente un perché no incontestabile. Basta tenere aggiornati il sito internet, il blog, il profilo instagram…

E facebook.

Per essere l’amministratore di una pagina facebook, però, è necessario…

No, questo no, è troppo. Va contro tutti i miei propositi. È inammissibile. Intollerabile. Bisogna porre un freno a questa follia dei perché no! Nell’elenco delle iscrizioni sconsiderate non ci sarà anche questa, non può, non deve, non dovrebbe…

Perché no?

Non so più chi sono.

 

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Disoccupato: manuale d’istruzione

Fragile. Maneggiare con cura. Completamente autosufficiente nell’infliggersi pesanti condanne morali, nell’umiliarsi e nel deprimersi. Si ricarica da solo. Non necessita di alcun aiuto o manutenzione da questo punto di vista.

Si sconsiglia vivamente, però, l’utilizzo di alcune espressioni tipiche, il racconto di determinati aneddoti e la somministrazione di suggerimenti gratuiti, che possono portare a un sovraccarico di tensione nell’oggetto che rischierebbe di esplodervi in faccia.

Soprattutto la mattina, quando ancora non è stata ingerita la colazione, sono assolutamente vietate frasi come:

  • Ti ricordi di quella ragazza che era all’università (con noi) e si è laureata (come noi)? Sì, proprio lei. Adesso sta lavorando in/a/come…segue “posto fighissimo”.

Ancora più rischiosa:

  • Hai visto tizio? Quello che alle superiori si era diplomato per grazia divina, che a malapena sapeva leggere e scrivere…? Sta lavorando in…segue “scrivania qualunque”.
  • No, io ho mollato la specialistica. Mi mancavano 5 esami ma ho preferito dedicarmi alle mie bambine. Adesso faccio la mamma a tempo pieno. Mi dà molte più soddisfazioni. Per fortuna mio marito ha un buon lavoro…

E ‘sticazzi dove lo mettiamo?

  • Stai lavorando? “No”. – Ti interesserebbe…segue “posto di merda”. Ti fai un’esperienza…la metti nel curriculum…
  • Hai sentito? Deve aprire…segue “catena qualsiasi di negozi famosissima”, di cui si narrano le leggende da tempi immemori. Manda il curriculum!
  • Dallo a me, il tuo curriculum. Conosco il fratello di un amico di mio cugino che fa…segue “poltrona di vario genere”.
  • Perché non parti?
  • Perché non apri un/una…seguono “attività varie ed eventuali”.
  • Si tratta di un tirocinio di sei mesi, con rimborso spese e possibilità di proroga.

Ecco, soprattutto la proroga, la eviterei.

  • Le faremo sapere.

Questo sabato mattina è partito col piede giusto.

 

 

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Cara amica, ti scrivo…

Voglio prendermi un piccolo vantaggio sul fiume di parole che ci travolgerà nel momento in cui ci rivedremo. Perché è passato così tanto tempo dal nostro ultimo incontro che basteranno un sorriso e un ciao per aprire la diga; rovesceremo sul tavolo le nostre borse di discorsi e argomenti, stracolme e incasinate come solo le borse delle donne sanno essere. Apriremo mille parentesi tonde, dentro parentesi quadre, dentro parentesi graffe, senza mai riuscire a chiuderne una, trascinate da associazioni, assonanze, anagrammi e cambi di iniziale, in un infinito gioco al bersaglio. E nel fragore di questa cascata ho paura che la mia voce si perda, rimanga sempre un passo indietro, incapace di entrare a tempo con la corda che gira.

Per questo mi affido alla scrittura, per non ritrovarmi, poi, nella mia stanza, a pensare: no… non le ho detto che… mi son dimenticata di… dovevo raccontarle… chiederle…
Vorrei poterti dire tutto, soprattutto ciò che è importante, sottolinearlo ed evidenziarlo all’occorrenza, salvarlo dalla nostra convulsa conversazione, aggirando gli ostacoli che la mia scarsa e reticente eloquenza incontra ogni volta. Vorrei…

Quindi scrivo.

Innanzitutto auguri, congratulazioni, complimenti. Scusa. Per tutti i compleanni, le feste e le ricorrenze a cui non son stata presente; per le occasioni, speciali e non, che mi son persa, per quelle che mi sto perdendo e per quelle che mi perderò. Il fantasma dei Natali futuri è venuto ad agitare anche i miei sonni; so già cosa mi aspetta. Ci vediamo troppo poco, è vero, e la colpa è mia. Ho inanellato una catena di laconici “oggi no” che rischia di spezzarsi da un giorno all’altro. La distanza tra di noi cresce in modo proporzionale all’aumentare del mio tempo libero. Assurdo, no? Ho persino difficoltà a scegliere un regalo che possa piacerti, perché chissà se i tuoi gusti sono sempre gli stessi o son mutati anche loro, col tempo. Potresti aver cambiato religione, sport, musica, film, colore preferito, nel frattempo, senza che io ne venissi a conoscenza. Per me va bene, ma non vorrei che nel rinnovamento delle tue preferenze ci finisse anche la nostra amicizia. Perché certi pensieri, sentimenti, paure, sono così scomodi e dolorosi che talvolta si fa fatica persino a scriverli su questo caro foglio bianco. E così il distacco aumenta, e a me non va giù. Mi piace pensare che esistiamo e resistiamo nonostante il passare del tempo e del mio carattere scostante; che ci siamo, anche lontane e in mezzo a un silenzio assordante.

Io ci ho sempre creduto e ci credo ancora… e tu?

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Rilievi a bordo. Capitolo 2. Buoni e cattivi.

Dove eravamo rimasti? Ah sì, i personaggi.

Se calcolare le ore trascorse sui mezzi pubblici è stato semplice e immediato, fare una stima del numero di persone con cui sono entrata in contatto in questo periodo non è altrettanto facile. Ho detto buongiorno, salve, ciao – a seconda delle età – a un’infinità di passeggeri, una buona parte dei quali ha persino accettato di farsi intervistare; ho viaggiato a fianco di moltissimi autisti, ho mostrato il mio tesserino ad un ormai noto manipolo di verificatori e ho conosciuto, di volta in volta, nuovi compagni di squadra.

Non tutti, ovviamente, hanno lasciato una traccia del loro passaggio; e molti di quelli che ancora rimangono impigliati nelle maglie sottili della mia memoria sono solo file temporanei che, a breve, verranno definitivamente cancellati e dimenticati. Possono esserci finiti per mille ragioni, archiviati in chissà quale insieme specifico di esseri umani: quelli con gli occhi azzurri, quelli coi capelli bianchi, quelli con le paste della domenica, quelli coi sacchetti del McDonald, quelli che conoscono tutte le strade, quelli che hanno bisogno di indicazioni, quelli in giacca e cravatta, quelli in bermuda e ciabatte, quelli che hanno girato il mondo, quelli il cui mondo è racchiuso tra la fermata sotto casa e quella del mercato.

Ma, se ancora sono lì, quelle persone, quei ricordi, non è per l’aspetto fisico o l’abbigliamento; non sono fotografie, quelle salvate, ma sensazioni. Corpi senza volto hanno avuto un ruolo nel mio film che va oltre quello della semplice comparsa. Hanno prodotto sorrisi o suscitato rabbia e indignazione. Erano eroi buoni e streghe cattive. In entrambi i casi sono rimasti a bordo con me.

Il criterio di selezione è del tutto soggettivo ma estremamente severo e categorico. Non è sufficiente accettare di farsi intervistare per essere ricordato come miglior passeggero dell’anno. Rifiutando, però, soprattutto se hai vent’anni e come scusa adduci il fatto di essere stanco, si hanno ottime probabilità di finire almeno tra i titoli di coda nella sezione “stronzi”.

Le “donne delle pulizie”, disponibili a farsi intervistare anche alle cinque di mattina, quelle a cui se dici “bus” non sanno di cosa parli perché loro viaggiano solo in “pullman”, e che alla domanda “Quanto è importante…?” rispondono sempre “10”. O gli over 65 per cui esprimere un’opinione con un numero è praticamente impossibile. Loro sì, meritano di entrare nella hall of fame di questa avventura. Spero di aver reso fede al vostro pensiero. Ho sempre cercato di tradurre al meglio i vostri mmm, eh, sì, molto, abbastanza.

Come dimenticare la signora che ha accettato soltanto perché: “a una ragazza così sorridente non si può dire di no”. Leone d’oro a lei e a tutti quelli che dopo il mio: “grazie sei stato gentilissimo” hanno risposto: “anche tu”. Sto ancora decidendo, invece, in quale girone dell’inferno sistemare chi, pur non volendo farsi intervistare, ha tenuto a farmi presente ogni tipo di lamentela; quelli che “non rilascio interviste” e quelli che “non pago il biglietto perché il servizio fa schifo”. Voi, sappiatelo, soffrirete tantissimo.

Per quanto riguarda i verificatori, non potrò mai cancellare dall’archivio il più nobile di tutta la categoria, l’uomo dalla coscienza ingombrante; si sentiva in colpa per aver messo una multa, una delle poche in tutta la sua carriera. Adesso è in nomination per il miglior malvagio redento assieme all’Innominato e al cacciatore di Biancaneve. Per tutti gli altri rimane l’odiosa immagine stereotipata imposta dal ruolo.

Agli autisti spetta una menzione speciale per la loro poliedricità e varietà di ruoli interpretati in questa commedia. Son stati padri, compagni di scuola, guide turistiche e spirituali, psicologi, opinionisti, sportivi, sindacalisti. Ad ogni viaggio mi ritrovavo a ripetere i perché e percome fossi lì, al loro fianco, a contare e intervistare passeggeri, costretta a rivangare il passato e a riaprire ferite professionali mai sanate, in un’eterna seduta di psicanalisi. In questo modo, però, ho potuto conoscere persone gentili e disponibili, con noi rilevatori e con i passeggeri. Fornivano pazientemente ogni tipo di indicazione, effettuavano fermate ad personam e, intanto, mi aiutavano col conteggio, scherzavano, condividevano le loro frustrazioni e ascoltavano le mie. Non tutti, sia chiaro. Ma ho preferito eliminare i cattivi da questa scena.

Infine i colleghi. Il fatto di condividere la stessa sorte, di ritrovarsi per sei ore al giorno sullo stesso mezzo, non ci rende automaticamente amici e nemmeno buoni compagni di squadra. Ci vuole collaborazione, complicità, venirsi in contro, ridere e lamentarsi delle stesse cose. Soprattutto occorre avere la stessa visione del lavoro. Cioè la mia. Menefreghisti, imbroglioni e perditempo hanno già il loro girone infernale dedicato. Quando, però, si ha la fortuna di avere come compagno di viaggio l’amico di tutta una vita, quando sai che puoi raccontare qualsiasi aneddoto che lui riderà perché l’ha vissuto come te, che tutto ciò che ti fa imbestialire lui può ascoltarlo e sopportarlo perché capisce alla perfezione, quando puoi condividere con lui anche il lavoro a casa, caricare i dati davanti a una tazza di tè e biscotti e nel frattempo continuare a ricordare episodi, ridendo e brontolando, capisci perché per tre volte sei stata a bordo di quei mezzi e continui a salirci e a parlarne come se fosse un’esperienza imperdibile.

A lui l’oscar come miglior attore protagonista.

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Rilievi a bordo: gioie e dolori.

Sabato 28 marzo 2015, all’invio degli ultimi file, si è ufficialmente concluso il mio terzo rapporto di collaborazione con il Consorzio Trasporti e Mobilità, più comunemente detto CTM.

Negli ultimi dodici mesi, ho calcolato, ho trascorso circa trecento ore a bordo dei mezzi pubblici. Dal punto di vista economico-lavorativo nulla, una miseria; dal punto di vista del narratore, invece, grasso che cola, una fonte inesauribile di ispirazione.

Giorno dopo giorno, tra interviste e conteggio passeggeri, ho archiviato in pesanti faldoni episodi, volti e sensazioni – come fossero viti o bottoni – seguendo la filosofia del “possono sempre servire”. Poi, quei capitoli sconnessi sono stati abbandonati come vecchie cianfrusaglie, in soffitta, in attesa del giorno in cui sarei riuscita a riordinarli e a stilare un rapporto che rendesse merito all’esperienza.

Ebbene, quel giorno è arrivato. I tempi, ormai, sono maturi per restituire ad ogni paragrafo la giusta pagina nella storia.

La difficoltà nel riorganizzare i ricordi e la conseguente procrastinazione, nascevano dalle antitesi nei fatti, dalle contraddizioni tra qualità attesa e qualità percepita. Ogni turno sui bus, infatti, presenta elementi di base comuni che possono rivelarsi piacevoli o insopportabili, e dai quali dipende l’esito della giornata.

A cominciare dal clima. Importanza 10, soddisfazione 7.

Siamo tutti meteoropatici. Sole e pioggia influenzano l’umore, mio e dei passeggeri, e di conseguenza l’approccio al “lavoro”, il numero e la qualità delle interviste. Uscire da casa con la cartelletta da presentatore in una mano e l’ombrello nell’altra e farsi infradiciare da automobilisti incoscienti che sguazzano sulle pozzanghere come bambini, non è esattamente lo stesso che varcare l’uscio e ritrovarsi davanti cielo azzurro e sole primaverile. Allo stesso modo farsi accarezzare i capelli da una brezza leggera è diverso dall’essere trasportata alla fermata da raffiche di vento a 100 km/h che sradicano alberi e abbattono pali e cartelli.

Il tempo, quindi, è fondamentale per un buon inizio. Ma è solo la prima delle concause che definiranno l’andamento del programma.

Gli orari. Importanza 7 soddisfazione 8.

La sveglia alle 3:45 non è certamente uno degli aspetti piacevoli. Nemmeno quella alle 4:40, e neanche quella alle 5:10. Non pensavo neppure che potessero esistere certi orari, nelle sveglie, prima dei rilievi al CTM. Eppure, anche alzarsi coi panettieri ha il suo rovescio della medaglia. Ad esempio puoi vedere sorgere il sole su panorami che non avresti mai pensato di osservare sotto quella luce. Puoi goderti la pace della città addormentata, il silenzio e la solitudine delle sue strade, e osservarla mentre lentamente si rimette in moto. Infine, puoi annoverare quegli orari tra i tuoi piccoli record personali e trasformarli, un giorno, in aneddoti per nipotini.

I capolinea. Importanza 9, soddisfazione 7.

Uno dei maggiori vantaggi di questo “lavoro” è certamente la colazione al bar, gentilmente offerta dagli autisti. Niente allieta la mattina più di un bombolone o un croissant appena sfornato. Un’iniezione di serotonina che ti riporta a bordo sorridente e carica di energia. Perché questo avvenga, però, sono necessarie delle congiunture astrali particolarmente favorevoli, tra cui l’autista generoso non è la più difficile a verificarsi. Ben più complicato è trovarsi sulla linea giusta al momento giusto. Le pause tra una corsa e l’altra e i luoghi in cui vengono effettuate sono fondamentali. Alcune tratte hanno punti di partenza e d’arrivo in zone dimenticate dall’uomo. Altre, invece, sono costrette a rincorrere tabelle orarie impossibili, perennemente in ritardo, imbottigliate nel traffico, non riuscendo mai ad effettuare le soste previste. Se capiti su una di queste rassegnati, sarà una giornata di bocconi al volo e niente bagno per almeno otto ore.

*Autocensura* Ho ritenuto fosse meglio dimenticare in soffitta il capitolo sugli olezzi di vario genere che possono modificare il clima e l’umore sui mezzi.

I viaggi. Importanza 8, soddisfazione 8.

Nei miei turni di conteggio dei saliti e discesi, in piedi di fianco all’autista, posso finalmente rilassarmi e godermi il percorso. Più volte mi è capitato di rimanere incantata davanti a paesaggi che, seppur familiari, continuavano a stupirmi per la loro bellezza e perfezione: il porto, il lungomare, le saline, il centro storico. Ad ogni ora del giorno e con qualsiasi luce, perfino quella eccezionale dell’eclissi solare, mi perdevo in nuovi scorci e prospettive. Finché all’improvviso non mi perdevo letteralmente. In che via siamo? Di quale città/paese/frazione? Quartu, Quartucciu, Quartello, Pirri, Selargius, Monserrato. Quell’intricato dedalo di viuzze anonime e labili confini rimarranno, per me, sempre un mistero; diventassero pure mille le ore a bordo dei mezzi non capirò mai dove comincia uno e finisce l’altro.

Infine i compagni di viaggio. Importanza 10, soddisfazione 10.

Nel bene e nel male rappresentano la ragione imprescindibile per cui, per tre volte, questa esperienza si è ripetuta e ha spinto per essere raccontata. In quelle trecento ore ho avuto l’opportunità di incrociare e sbirciare miriadi di vite; ascoltare opinioni e esperienze differenti, ricomporre storie fatte di indizi disseminati tra una fermata e l’altra. Passeggeri, verificatori, autisti e colleghi di squadra: è per loro che questo resoconto è iniziato, ed è a loro che voglio rendere merito. Ma non oggi. Perché mi sono dilungata fin troppo e gli attori protagonisti meritano più di un misero trafiletto a fondo pagina. Quindi, preferisco terminare qui la narrazione, per ora, ringraziare e rimandare alla lettura del prossimo capitolo coloro che desiderassero approfondire la conoscenza dei personaggi principali di questa tragicommedia.

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Attività psicomotoria

Quando andavo alle elementari la chiamavano così, l’ora di educazione fisica: attività psicomotoria. Non posso affermare con assoluta certezza che all’epoca mi fosse chiaro il significato del termine, ma mi piace pensare che a sei anni padroneggiassi senza problemi questo genere di parole in elevati discorsi socio-culturali, tra una regina reginella e un color color.

Avrebbe dovuto temprarci la mente così come il corpo, questa attività psicomotoria.

Si svolgeva in un’aula identica a quelle in cui facevamo lezione solo che al posto di sedie e banchi c’erano cerchi, linee e percorsi tracciati sul pavimento con nastro adesivo, da elettricista, di vari colori. Con i miei pochi ricordi da seienne è difficile dire in che modo psiche e fisico venissero coinvolti nell’attività. Né che tipo di risultati ottenessero. Non dovrebbero esserne usciti danneggiati, credo, ma non vorrei esprimere giudizi azzardati.

Oggi la mia attività psicomotoria è in autogestione. Ha sfondato le quattro mura di quell’aula scolastica per trasferirsi all’aria aperta. Ha cancellato linee e cerchi, ha allungato il tragitto e l’ha trasformato in una lunga passeggiata tra i campi; un percorso ad ostacoli, fisico e mentale, tra gli escrementi dei vari greggi di pecore in transumanza da un prato all’altro, e quelli disseminati dal mio cervello, lungo le amene stradine all’uscita del paese.

Con me nessun compagno di classe, di giochi o di viaggio. Soltanto un paio di vecchie scarpe da tennis, la gentilissima signorina di Runkeeper che ogni dieci minuti mi snocciola i dati sull’andamento, e il mio zainetto di pensieri. Nessun auricolare nelle orecchie. Non voglio interferenze musicali tra me e la mia mente, tra me e le auto che passano, tra me e i malintenzionati…ché non si sa mai.

Attività iniziata.

Per i primi due chilometri il cervello svolge una pura funzione meccanica; il suo unico scopo è quello di azionare i muscoli e i miei sensi di ragno per fare in modo che non mi investano. Gambe e braccia, avanti veloce, e sguardo dritto. Anche agli incroci. (30%psico-70%motoria)

Una volta lasciatami la civiltà alle spalle, circondata solo da ovini, aironi e qualche trattore, posso finalmente iniziare a svuotare le tasche del mio zainetto (70%psico-30%motoria). Da qui in avanti l’andamento dei miei passi dipenderà solo dalla qualità dei miei pensieri, oltre che dalla cena del giorno prima.

Preoccupazioni. Sono un carburante di scarsa qualità; una fregatura venduta a poco prezzo a una fiera di ciarlatani. Pesano sulle spalle come il Castiglioni-Mariotti; rallentano l’andatura, aumentano gli affanni, e soprattutto giocano sporco: non aspettano nemmeno che abbia svoltato l’angolo dietro casa per venire a tormentarmi.

Urgenze. Con loro non mi ferma nessuno. Batto tutti i record. Sapere di avere una lista di cose da fare che mi aspetta al mio rientro è come viaggiare con un forte maestrale sempre dietro le spalle.

Rabbia. Nemica-amica. Può farmi correre così come fermare all’improvviso. I dialoghi feroci autoprodotti dalla mia testa cinematografica sono estremamente coinvolgenti: potrei rincorrere lo stronzo di turno in capo al mondo pur di insultarlo, oppure piazzarmici di fronte, in mezzo alla strada, puntargli un dito contro e vomitargli addosso tutto il mio sfogo.

Idee creative. Il vero motore di questa macchina umana. Quando gli ingranaggi nel cervello girano veloci, le gambe viaggiano di pari passo. La possibilità di dar vita al frutto del proprio ingegno genera positività. La positività entusiasmo. L’entusiasmo movimento. Vedere il riflesso di me stessa materializzarsi in qualcosa, che siano due righe sul blog o un pacchetto regalo ben infiocchettato, mi spinge a correre verso quel miraggio come un assetato verso un oasi nel deserto.

Fame. Tra un pensiero e un passo, un pensiero e un passo, alla fine salta sempre fuori dalle tasche qualche merendina. Ricette da provare, torte da sfornare, cioccolata e pasticcini, pizza e patatine; dolce e salato in una piacevole alternanza. In questi squisiti momenti il corpo procede mollemente cullandosi su una nuvola di zucchero filato rosa.

Orgoglio. La voce della signorina mi riporta alla realtà. Tempo. Cinquanta. Minuti. Distanza. Cinque. Virgola. Otto. Chilometri. Andamento medio. Otto. Minuti. Trentadue. Secondi. Per. Chilometro. Com’è possibile? Dove ho potuto perdere dieci secondi? Devo accelerare un po’. Vabbè, tra 15 minuti sarò a casa, non penso più a niente, devo solo superare il ponte e continuare a muovere le gambe.

Attività terminata.

Distanza. Sette. Virgola. Sette…

Non la ascolto più. Varco il cancello e corro in doccia. Lo zainetto è vuoto. Preoccupazioni, urgenze, rabbia. Ho abbandonato tutto lungo la strada.

Purtroppo anche le idee creative e l’entusiasmo.

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